Come eliminare Aung San Suu Kyi

In governo militare illegale del generale Min Aung Hlaing tenta di eliminare l'avversaria politica per eccellenza, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991.
Aung San Suu Kyi (AP Photo/Sakchai Lalit, File)

Un’ulteriore condanna, quella appena inflitta all’eroina Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace: altri 5 anni di carcere per corruzione. Accuse false, naturalmente, per una mazzette in oro e contanti per un totale di 600 mila dollari, da un ex sindaco di Yangon, la più grande città del Myanmar e anche la capitale economica.

Al momento si sommano ad 11 gli anni di carcere accumulati anche con la precedente sentenza di 6 anni. Le precedenti accuse? Incitamento delle folle contro i militari, infrangimento regole anti Covid e utilizzo, sembra, di 2 radio riceventi amatoriali walkie- talkie da parte delle sue guardie del corpo. Non è finita ancora qui la messa in scena dei militari del Tatmadaw: ci sono ancora 10 capi d’accusa che attendono altri giudizi e se trovata colpevole, l’icona democratica del Myanmar, dovrà passare in carcere ancora 190 anni, prima di essere liberata.

Anche se in carcere, al momento commutato dalla giunta militare con gli arresti domiciliari, in un posto segreto e inaccessibile a chiunque, Aung San Suu Kyi rimane un membre del governo di unità nazionale, il NUG, e l’emblema della democrazia, per un Paese che da 70 anni conosce, a fasi alterne, la guerra. La vittoria schiacciante da parte del partito NLD (National League for Democracy) nelle elezioni del Novembre 2020, avrebbe assicurato al partito della Aung San Suu Kyi una larga maggioranza, aprendo la strada al cambiamento della Costituzione. E qui sono iniziati i guai: chi detiene il potere con la violenza e la sopraffazione da generazioni e generazioni, non solo non ha intenzione di ‘mollare la presa’, ma soprattutto ha una grande paura che si aprano processi per giudicare i colpevoli di 70 anni di guerra civile. Ecco la forza scatenante del colpo di stato del primo febbraio 2021 e delle proteste che ne sono seguite: almeno 1.800 morti tra i manifestanti, migliaia di arresti e detenzione indiscriminata di chiunque.

Questa al momento è la situazione: dolorosa, molto dolorosa. Il Myanmar, trovandosi tra Cina e India ed avendo per alleato la Russia, dalla quale compra armi ed elicotteri e quant’altro abbisogna per combattere il proprio popolo, non ha un futuro roseo. Con la guerra in Europa e con gli alleati, i cosiddetti “5 orecchi e occhi” (Canada, Australia, Nuova Zelanda, USA e Inghilterra) alle prese con una presunta espansione cinese verso il Pacifico, le isole Solomon, ci sono poche speranze di una risoluzione pacifica del conflitto interno.

Forse il presidente statunitense Biden potrà dare una mano all’opposizione, ad Aung San Suu kyi e al NUG durante il suo viaggio asiatico a fine maggio? Sono remote le speranze di pace con lui. S’impegnerà contro la Russia sul fronte Ucraina e Myanmar, col rischio di scatenare un conflitto con la Cina, altro alleato del Myanmar? Sembra davvero remota questa soluzione, anche perché India e Pakistan, vicini di casa, sono acerrimi nemici ed entrambe potenze nucleari. Insomma, tutti contro tutti.

Pace: mai come in questo periodo così in pericolo, così agognata e così minacciata, anche in Asia. Per chi ha fede, sicuramente, conviene pregare e disinnescare ogni piccola e minuscola guerra attorno a noi, con chi ci sta accanto o incontriamo per strada: finché siamo in tempo.

 

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