Elezioni in Thailandia: arriverà la democrazia?

Il 14 maggio 2023 si sono tenute in Thailandia le elezioni politiche generali, atte per eleggere i 500 membri della Camera dei Rappresentanti, con un'affluenza record di oltre il 75% della popolazione avente diritto al voto
Thailandia
Pita Limjaroenrat, al centro, (in camicia bianca), leader del Move Forward Party, saluta i suoi sostenitori, a Bangkok, lunedì 15 maggio 2023. Fresco di una straordinaria vittoria elettorale in cui insieme hanno conquistato la maggioranza dei seggi alla Camera dei Rappresentanti , i due principali partiti di opposizione thailandesi hanno iniziato lunedì a pianificare la fase successiva nel loro tentativo di sostituire il governo dominato dai militari. (Foto AP/Wason Wanichakorn)

Il nuovo partito —ed anche il più famoso tra i giovani—, il “Move Forward Party”, guidato da Pita Limjaroenrat, ha sorpreso gli analisti conquistando il maggior numero di seggi, seguito dal partito di opposizione “Pheu Thai” —legato al famoso ex primo ministro in esilio “forzato”, Thaksin Shinawatra— che aveva ottenuto il maggior numero di seggi nelle elezioni del 2011 e del 2019.

L’affluenza alle urne ha registrato un record del 75,22%. I risultati ufficiali sono stati annunciati il 25 maggio. La Commissione elettorale ha 60 giorni di tempo per certificare i risultati e da giorni, girano voci di una possibile incriminazione per Pita Limjaroenrat per connessioni al mondo della televisione e media: una brutta notizia, in quanto Pita sarebbe destinato a divenire il futuro primo ministro democraticamente eletto dopo il colpo di Stato del 2014. Ma è noto come i militari, che da 70 anni, in pratica, dominano la scena politica in modo diretto o indiretto —escluso il periodo di Thakisn Shinawatra— non gradiscano la perdita schiacciante nelle elezioni, e l’obbligo di dover passare il testimone del potere ad un governo civile, chiaramente non filo militare.

Le elezioni si sono svolte con un sistema di voto parallelo come nelle costituzioni del 1997 e del 2007, a differenza del sistema di ripartizione mista utilizzato nel 2019. Tuttavia, come nel 2019, il primo ministro eletto non doveva essere un membro della Camera e sarebbe stato scelto dall’intera Assemblea nazionale, compresi i 250 membri di nomina militare del Senato, per una maggioranza totale di 376 seggi. A causa della struttura dell’Assemblea nazionale, molti esperti avevano messo in guardia da un possibile scenario di stallo politico, in cui gli attuali partiti di opposizione avrebbero ottenuto più della metà dei voti alla Camera ma sarebbero stati ostacolati al Senato. Inoltre, la Commissione elettorale è stata più volte criticata per la sua inaffidabilità, scarsa professionalità e come possibile “strumento politico” per impedire al candidato democraticamente scelto dal popolo di prendere il potere come primo ministro dopo le elezioni: a meno che non goda di un certo “gradimento” anche dalla parte perdente, in pratica “i militari”.

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Il leader del Pheu Thai Party, Chonlanan Srikaew, a sinistra, porge il tradizionale saluto o “wai” al leader del Move Forward Party, Pita Limjaroenrat, in Bangkok, Thailandia, mercoledì 17 maggio 2023. (AP Photo/Sakchai Lalit)

Sessantasette partiti si sono contesi i seggi. La coalizione conservatrice al Governo era composta dai principali partiti Palang Pracharath, Bhumjaithai e dal Partito democratico, e da altri partiti più piccoli, tra cui il nuovo “United Thai Nation Party”, che ha candidato l’ex leader della giunta militare e attuale primo ministro in carica, l’ex generale Prayut Chan-o-Cha.

L’opposizione filodemocratica era guidata dai partiti “Pheu Thai” e “Move Forward”, quest’ultimo successore effettivo del disciolto “Future Forward Party” —disciolto con l’accusa di aver ricevuto sovvenzioni dall’estero—, che aveva ottenuto risultati inaspettatamente positivi nelle elezioni del 2019. Le campagne politiche si sono concentrate sull’economia thailandese, in particolare sulla ripresa dalla pandemia COVID-19. Alcuni partiti, in particolare “Move Forward”, si sono concentrati, per esempio, sul salario minimo, sui diritti civili e quant’altro potesse far opinione e voto di protesta contro i militari. Alcuni partiti, in particolare “Move Forward”, hanno anche evidenziato questioni progressiste e sfidato le norme sociali a lungo sostenute in Thailandia.

Riuscirà la “Terra degli uomini liberi” ad avere un governo democraticamente eletto che soddisfi gli elettori? Oppure si ricorrerà ancora a brogli elettorali e strumenti non democratici per instaurare un governo? Certo è che la democrazia è un esercizio di potere per popoli che hanno fatto un cammino democratico disteso nel tempo, con strumenti di controllo indipendenti. E aggiungerei, con “vicini di casa” —Stati confinanti— che sostengono un tale processo. Se vediamo i legami di amicizia —ed economici— tra i generali del vicino Myanmar e quelli Thai i dubbi, molti dubbi, sorgono. Perciò, a questo punto, qualche dubbio ci è lecito averlo, per quanto riguarda il futuro democratico della Thailandia. Auguri, ad ogni modo!

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