Elezioni, quali criteri per una scelta responsabile?

La Costituzione e la Dottrina sociale cristiana offrono importanti chiavi di lettura per giudicare le proposte politiche dei partiti, capire ciò che giova o ciò che ostacola il perseguimento del bene comune. Un percorso dell’Azione Cattolica Piemonte Valle d’Aosta
Elezioni Foto LaPresse - Andrea Panegrossi

Considerato che a questo mondo non è possibile l’attuazione piena dei valori di dignità, libertà, giustizia, eguaglianza, pace, comunità. Il criterio base per valutare programmi e proposte è se un programma politico o una proposta di legge avvicina o allontana da essi, ossia va nella direzione di costruire più dignità, più giustizia, più libertà, più eguaglianza, più pace tra gruppi e popoli considerando in primo luogo le situazioni dei più poveri e dei più deboli.

Questo criterio corrisponde ad una costante del magistero della Chiesa E nel contempo ha un chiaro riferimento alla Costituzione: essa – proprio nell’intenzione dei suoi estensori – si presenta non solo come una serie di norme fisse, ma anche come un processo, con principi che orientano la vita politica , sociale, economica, a confronto con le novità e le trasformazioni: insomma si tratta di attuarla nel tempo, attraverso la legislazione ordinaria e alla efficienza/trasparenza dell’amministrazione. Ciò aiuta a capire perché i principi costituzionali siano così importanti e concreti, perché riguardano tutti gli ambiti della vita delle persone: dalla famiglia al lavoro, dalla educazione alla scuola, dall’ambiente  alla cultura.

Questa progressiva attuazione della  Costituzione nel tempo, deve quindi  essere una bussola per orientare i  progetti e i programmi politici e per  sostenere i cittadini nelle scelte. Considerare in primo luogo i più poveri non è solo un richiamo ideale o un semplice auspicio, ma una necessità sociale evidente considerando l’enorme grado di diseguaglianze esistenti. E ciò si ritrova in Italia, che resta comunque uno dei Paesi in cui le diseguaglianze sono meno marcate, grazie allo sviluppo economico e sociale che si è registrato dal secondo dopoguerra, alla funzione decisiva che lo stato ha svolto nel redistribuire la ricchezza e nell’espansione dei servizi sanitari, assistenziali, scolastici, culturali. Diseguaglianze che risultano ben più forti in gran parte del resto del mondo. Ciò conferma che solidarietà e fraternità non sono discorsi da anime belle o forme residuali di ingenui sognatori, ma principi molto concreti, esigenti e «utili» per affrontare la realtà sociale.

Qui si apre un’ulteriore questione, che riguarda la solidità della democrazia, sistema che è alla base delle nostre istituzioni. Il sistema infatti non si regge senza la partecipazione responsabile dei cittadini: l’astensionismo che si è manifestato in questi anni, unito a tanti voti espressi “per protesta” hanno segnato una progressiva distanza tra le persone, lo stato e le istituzioni, il sistema dei partiti, dei sindacati e dell’associazionismo. Questo è il dato forse più preoccupante perché indebolisce la  democrazia, il fatto di non sentirsi rappresentati (quindi la crisi del valore centrale del Parlamento, luogo per eccellenza della rappresentanza politica) finisce per intaccare lo stesso senso della cittadinanza: il “cittadino senza politica” (spoliticizzato), si trasforma rapidamente in un suddito;  dalla rivendicazione dei diritti sociali combinati con equivalenti doveri), si ritorna alla richiesta di vantaggi di gruppo, di privilegi/benefici individuali. Ciò nella illusione di poter soddisfare i propri bisogni e desideri indipendentemente dagli altri. Ed è ovvio che ciò indebolisce la vera dimensione comunitaria, fatta appunto di diritti/doveri, di solidarietà politica, sociale, economica (art.2 della Costituzione), di leggi che valgono per tutti. Una vittoria per il populismo che lascia agli individui l’impressione di contare: una pseudo-democrazia in cui il voto diventa manifestazione di paure, sofferenze, rabbie, ma l’individuo di fatto si affida al “capo” di turno, senza la consapevolezza di quale progetto sceglie (e quindi senza responsabilità). Per questo il populismo porta verso sistemi autoritari, in cui possono anche esserci elezioni, ma “non si parla di politica” (com’era scritto nei locali pubblici ai tempi del Duce). In questo meccanismo ha buon gioco la propaganda che di volta in volta individua “il nemico” verso cui orientare le rabbie e le paure degli abitanti: un tempo furono gli ebrei, gli avversari politici, i disabili, oggi i migranti o i “diversi” o i poveri (che se sono così “un po’ se la sono cercata!”), o l’integrazione con gli altri popoli (con tutti i rischi del nazionalismo).

Da qui un altro criterio fondamentale è quello che riguarda il modo in cui l’Italia si colloca rispetto al processo di unificazione europea e nel ruolo che intende giocare negli organismi internazionali (vedi art.11 della Costituzione), che si sono rivelati cruciali anche nella recente pandemia. È chiaro che il modello solidale e aperto di società è impegnativo, talora scomodo e si scontra contro la visione individualistica che ha conquistato strati ampi della popolazione, nella illusoria convinzione che si possa risolvere i problemi da soli: non ci si sente parte della comunità/stato: stato che diventa una “agenzia delle uscite”, ossia un fondo cui attingere, senza che il cittadino-senza-politica si senta un soggetto responsabile.

Per questo emerge la necessità di concretezza rispetto alle promesse di diversi partiti. In diversi casi le proposte che comportano un forte aumento di spese (il caso più eclatante è la flat tax) non indicano dove e come reperire le risorse, ponendo il problema della sostenibilità della spesa e dei tagli ai servizi pubblici. E questo è di particolare importanza vista l’entità del debito pubblico, che rende particolarmente fragile il versante dei conti pubblici e rende il nostro paese facile bersaglio di pesanti speculazioni.

Se il principale riferimento che abbiamo come cittadini è la nostra Costituzione, come cristiani siamo chiamati all’ascolto e al confronto con il Magistero della Chiesa, in particolare quello detto “sociale” che più direttamente affronta i temi della politica, dell’economia, della vita sociale, dei rapporti internazionali. Si tratta di una ormai lunga e intensa tradizione, che ha il suo punto chiave nella Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II e nel successivo magistero dei papi e dei vescovi italiani. Da questo insegnamento emergono alcuni principi di base, che divengono anche criteri di giudizio delle proposte politiche. Si tratta di riferimenti essenziali e chiari, che ci aiutano ad esprimere la fede cristiana anche in ambito pubblico. Li riassumiamo in breve:

Il primato della persona e il valore della vita

La ricerca/perseguimento del bene comune

La centralità della famiglia e dell’educazione

La destinazione universale dei beni/risorse

Il rapporto diritti/doveri – il principio di solidarietà

Il principio di sussidiarietà: equilibrio/sinergia tra diritti individuali e sociali, tra singoli e poteri generali, ruolo dei corpi intermedi

Per noi italiani il rapporto con la dimensione politica dovrebbe essere facilitato rispetto a gran parte dei Paesi del mondo, in quanto vi è una sintonia profonda tra tali principi del magistero cristiano e i principi della Costituzione del nostro stato.

Un approfondimento di questo magistero ecclesiale che considera le condizioni specifiche della nostra stagione è costituito dalle due encicliche di papa Francesco che si occupano più direttamente dei problemi della “casa comune”: la “Laudato si’”[LS] e la “Fratelli tutti” [FT]. Disponiamo quindi di ulteriori chiavi di lettura per giudicare le proposte politiche dei partiti, capire ciò che giova o ciò che ostacola il perseguimento del bene comune.

Nei programmi bisogna saper valutare oltre all’elemento della sostenibilità finanziaria delle proposte anche il loro impatto in termini di giustizia sociale (se positivo o negativo). Sotto questo profilo è interessante l’analisi che ha realizzato il Forum disuguaglianze/diversità.

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