Elezioni, tra astensionismo e appelli al voto utile

L’anomalia del Rosatellum, il ruolo attivo della società civile, la rimozione sulla guerra e gli scenari che si apriranno dopo il voto nell’intervista a p. Giuseppe Riggio, SJ, direttore di Aggiornamenti sociali  
Elezioni Foto LaPresse/ Claudio Furlan

Le elezioni politiche sono ormai alle porte. Ne parliamo in questa intervista con padre Giuseppe Riggio, direttore di Aggiornamenti Sociali, storica e autorevole rivista dei gesuiti che, fin dalla sua nascita nel 1950, ha come riferimento «il pensiero sociale della Chiesa con il suo sguardo che tiene insieme fede e giustizia».

Una delle ragioni che spingono all’astensione è probabilmente la legge elettorale che il professor Eugenio Mazzarella ha definito “umiliante” su Avvenire. Come mai a suo parere non si è arrivati ad un accordo per cambiarla?
Per la seconda volta, dopo le elezioni del 2018, andremo a votare con questa legge elettorale, che di certo non aiuta a combattere l’astensionismo. In particolare, il meccanismo molto complesso che porta all’individuazione dei candidati vittoriosi nei collegi proporzionali finisce con l’indebolire in modo significativo il legame tra elettori ed eletti, facendo venire meno una delle molle più potenti per recarsi alle urne. Pur conoscendo bene alcuni “difetti” del Rosatellum, tra cui la spinta a creare coalizioni in vista dell’appuntamento elettorale ma non sempre solide, i partiti hanno preferito non cambiare nulla e andare al voto di nuovo con questo sistema elettorale. A mio parere le ragioni sono fondamentalmente due. Innanzi tutto, c’è una convergenza tra i partiti, tanto quelli più grandi quanto quelli più piccoli, nel ritenere alla fin fine il Rosatellum un punto di equilibrio che ritengono accettabile in questa fase politica segnata da veloci spostamenti dei consensi degli elettori. Un accordo sufficientemente ampio su un altro sistema elettorale era infatti difficile da conseguire. L’altra motivazione si lega alla novità della riduzione del numero dei parlamentari, che ha condizionato le scelte di chi candidare e costituisce un fattore di incertezza sul funzionamento del futuro Parlamento, da qui la spinta a non cambiare troppe cose.

Nell’editoriale dell’ultimo numero di Aggiornamenti Sociali lei vede con favore la nascita di un soggetto politico (non un partito) capace di esercitare una effettiva forza negoziale con le forze politiche. È la proposta avanzata da Becchetti. Che incidenza potrà avere? Non è forse il segno di una estromissione e alterità della società civile dalla politica?
Prima della caduta del Governo Draghi e nelle successive settimane di campagna elettorale vi sono state varie prese di posizione da parte di varie istituzioni e della società civile, all’interno del mondo cattolico e non solo, in cui sono stati evidenziati con forza e in modo anche circonstanziato i temi cruciali per il futuro del nostro Paese. Questi episodi mi sembrano l’espressione molto sana della necessaria dialettica interna a un sistema democratico, in cui la classe politica è chiamata a entrare in dialogo con le varie istanze presenti nella società ed è sollecitata dalle proposte che sono avanzate.

Questo confronto continuo con la realtà sociale, con le risorse e i bisogni dei territori e delle persone può essere realizzato da partiti in modo autonomo, ma così si perde la ricchezza dell’apporto esterno espresso dal tessuto sociale. Ma perché questo contributo possa essere maggiormente incisivo e possa tenere in conto ancor di più la complessità della situazione che viviamo, proponendo soluzioni all’altezza, mi sembra importante che vi sia un’evoluzione nel segno di una maggiore collaborazione tra le realtà esistenti che si ritrovano in una visione sufficientemente condivisa del futuro. Penso a una maggiore collaborazione tra le realtà esistenti che si ritrovano in una visione sufficientemente condivisa del futuro, che si traduca anche in una forma più organizzata, più strutturata, capace di essere operativa in modo continuativo e non solo in occasioni particolarmente importanti.

L’abuso dei sondaggi può avere un effetto distorsivo nella formazione del consenso assieme alla esposizione mediatica eccessiva concessa a determinati soggetti?
Senz’altro i due fattori che menziona possono avere un’influenza rilevante nelle scelte di voto dei cittadini. In particolare, la scarsa visibilità di alcuni soggetti politici nei mezzi di comunicazioni più diffusi costituisce un’effettiva penalizzazione. Più difficile stimare il peso che può avere la diffusione dei dati sulle intenzioni di voto, perché può variare in relazione ad altri elementi. Penso, ad esempio, al carattere più o meno aperto della competizione elettorale oppure all’esistenza di soglie di sbarramento per poter eleggere i propri candidati. Sapere che un partito è nettamente avanti può spingere vari elettori, inclusi quelli che sarebbero intenzionati a votarlo, a non recarsi alle urne; così come si potrebbe essere disincentivati a votare un partito che secondo i sondaggi rischia di non raggiungere i voti necessari.

A proposito di quest’ultimo aspetto si evoca il cosiddetto voto utile, cioè evitare la dispersione del voto in partiti che non hanno possibilità di vincere in un collegio o addirittura di superare le soglie di sbarramento previste. Ovviamente la valutazione sull’utilità di un voto o meno è molto “soggettiva”: in definitiva ogni politico affermerà che è utile il voto che lo sostiene! La logica alla base del voto utile presenta un limite serio: non si sceglie di votare una forza politica perché si è convinti – almeno sufficientemente convinti – della bontà del suo programma, ma per non sprecare il proprio voto o per contrastarne un’altra. In questo modo, però, viene meno la dimensione propositiva, costruttiva, che dovrebbe essere veicolata nel voto. Così si finisce con alimentare le domande sul senso del voto.

Non dimentichiamo infine che i sondaggi influenzano non solo gli elettori, ma anche i partiti che li commissionano e che fanno dipendere varie scelte proprio dalle indicazioni che traggono da questi strumenti.

La vittoria della destra guidata da un partito storicamente postfascista può costituire un rischio per l’assetto costituzionale del 1948?
Questo tema ha avuto un certo rilievo nella campagna elettorale, soprattutto per quanto riguarda un’eventuale riforma in chiave semipresidenziale della Costituzione. Muoversi in questa direzione implica una radicale riscrittura della seconda parte del nostro testo costituzionale, imponendo una revisione degli attuali equilibri tra i vari organi costituzionali perché ci sia un adeguato sistema di pesi e contrappesi. Avviare e portare a compimento una tale riforma è un processo complesso e delicato, che richiede una larga maggioranza e il dialogo tra forze politiche che hanno posizioni diverse, come si vede anche all’interno della stessa coalizione di centrodestra.

Non è per nulla scontato riuscire a farlo. Penso che proprio questa pluralità di posizioni, che è il sale della democrazia, insieme a quanto prevede la Costituzione per la realizzazione di un’eventuale riforma, siano una garanzia che non ci saranno iniziative avventate. Grande fiducia ripongo poi nel Presidente Mattarella che è chiamato per il suo ruolo a essere un garante del rispetto della Costituzione.

 Il governo che entrerà in carico ad ottobre dovrà decidere la posizione dell’Italia verso le conseguenze imprevedibili del conflitto in Ucraina. Non le sembra che la questione sia stranamente marginalizzata nel dibattito elettorale mentre il papa evoca il serio pericolo dell’involuzione verso l’uso dell’arma nucleare? Perché?
Sicuramente la guerra in Ucraina ha avuto uno spazio inferiore a quello che si poteva ipotizzare vista la gravità della situazione. Ritengo che se ne parli poco e impostando in modo inadeguato la riflessione perché le posizioni al riguardo rischiano di essere fonte di potenziali conflitti all’interno dei maggiori schieramenti. Per questo motivo, si preferisce neutralizzare o quantomeno minimizzare i dissensi in vista del voto.

Ancor più preoccupante è però che la riflessione sul conflitto si muova fondamentalmente sul binario della risposta militare e non vi siano, almeno in modo visibile in questo momento, sforzi per ricercare una soluzione pacifica. Papa Francesco è una delle poche voci a livello internazionale che si spende in questa direzione, abbastanza isolato e incompreso.

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