Eleonora Abbagnato in “Le Parc”

Agli appassionati di balletto, la rassegna di “teatro digitale” del Teatro dell’Opera di Roma, riserva, solo sabato 25 aprile, un titolo icona del coreografo francese d’origine albanese Angelin Preljocaj

Tra i maggiori protagonisti della “nouvelle danse” iniziata negli anni ’80, una generazione di autori che ha segnato la danza contemporanea non solo d’Oltralpe, Angelin Preljocaj creò Le Parc su commissione per l’Opéra de Paris nel 1994, marcando una nuova apertura nel tempio del balletto classico con la contaminazione della sua grammatica astratta che corroborava la purezza della tecnica accademica.

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In Le Parc lo sfondo musicale più adatto a una storia non raccontata, dove tutta l’azione è una grande schermaglia amorosa, sono degli estratti dai concerti di Wolfgang Amadeus Mozart. Diviso in tre parti e ambientato in un parco postmoderno di legno e lamiera, con siepi piramidali, colonne e alberi stilizzati e un fondale di cielo e nubi, il balletto si svolge su due piani: uno simbolico e l’altro evocativo-realistico; uno contemporaneo, l’altro antico, per lo meno nei costumi, senza tempo nei sentimenti, negli inseguimenti della seduzione. Nell’evolversi della passione sino allo sfinimento totale, si pensa ad alcune pagine delle Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, ma soprattutto alla Carte du Tendre, base d’ispirazione per Preljocaj, nella quale Madeleine de Scudéry descrive la mappa della tenerezza per arrivare al cuore dell’amato, dopo, però, un percorso di scaramucce, rincorse, negazioni, per sondare la sincerità del sentimento.

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Ad avviare la folla di amanti – inizialmente con una girandola di sedie dove ci si scruta vicendevolmente e ci si esibisce –, farli scontrare, perdere e incontrare, sono quattro giardinieri-Cupidi, che compaiono all’inizio e tra una fase e l’altra del percorso amoroso. Sono i custodi del parco, con occhiali da saldatore e grembiuli di cuoio, che si muovono roboticamente su sonorità astratte di rumori, voci, echi di natura. In abiti settecenteschi, gli uomini indossano corsetti e calzoni, parrucche con codini; le donne crinoline vaporose e cappelli di paglia. Poi, nel gioco che li possiede, nel rincorrersi dei “quattro cantoni” e della “mosca cieca”, il disegno coreografico, mai troppo descrittivo ma sempre sfiorante l’astrazione in voli di chiara matrice accademica, vira verso un’altra strada: le donne restano in sottoveste, e a piedi scalzi; gli uomini si liberano anch’essi di qualcosa, soprattutto del ritegno. E allora il gioco si trasforma. Ci si concede e ci si nega, ci si abbandona ai sensi, anche alla tenerezza, la temperie dell’atmosfera si accende, cresce, sale per, infine, placarsi, fino a quel lunghissimo bacio tra la coppia che volteggia roteando, e che sembra non finire mai.

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È la sequenza coreografica, di puro stile neoclassico, più alta e poetica. La gestualità d’amore diventa metafora, traslazione di qualcos’altro. Preljocaj elabora il suo vocabolario ardito fatto di piccoli gesti secchi, di salti improvvisi, di giri duri, di movimenti in ralenti, trasformandolo di continuo con grande sapienza coreografica e finezza. Un lessico che mette a non facile prova i danzatori. Prova che i giardinieri, Alessio Rezza, Marco Marangio, Antonello Mastrangelo e Massimiliano Rizzo, superano brillantemente, con padronanza, energia e tecnica, e tutto il corpo di ballo. Ma è la coppia di protagonisti, a cui il coreografo assegna tre originali pas de deux, a brillare: Eleonora Abbagnato, fredda, trepidante e sensuale quanto occorreva, e Stéphane Bullion, artista eccellente, sensibile e appassionato partner.

“Le Parc”, coreografia Angelin Preljocaj, ripresa da Noémie Perlov e Laurent Hilaire, musica di Wolfgang Amadeus Mozart, creazione sonora Goran Vejvoda, direttore David Garforth, scene  Thierry Leproust, costumi Hervé Pierre, luci Jacques Chatelet. Orchestra, solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera, allestimento del Teatro alla Scala di Milano. www.operaroma.it

 

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