Elefanti albini e monaci zafferano

Per raggiungere Chang Mai da Bangkok (500 chilometri), uso una compagnia low cost che dipinge i suoi aerei in modo divertentissimo, come fossero uccelli dal becco giallo e dal piumaggio multicolore. Una conferma, l’ennesima, della natura bambina di un popolo buono e aperto, che fonda la gioia naturale sulla fede profonda. Quella che trovo a Chang Mai. 300 templi in un fazzoletto La straordinaria esperienza di questa città, centro della tradizione buddhista theravada, cioè la più fedele ai dettami del fondatore, andrebbe conosciuta meglio, al di là degli stereotipi turistici che ne farebbero una località permissiva. Stupisce un piccolo centro che annovera più di 300 templi nel territorio della città nuova (traduzione di Chang Mai) coronata dalle acque del Ping e del Pang che proprio qui confluiscono. 300 templi, cioè quanti ne conta Bangkok, ma in una superficie 45 volte più piccola! La gente deambula, va in bicicletta, commercia, ride e sorride, mangia a tutte le ore come se quei luoghi fossero tappezzeria muraria: ci si abitua proprio a tutto, come i romani alle mille chiese. Tuttavia, appena varco l’ingresso d’uno dei templi l’aria si spiritualizza. Immancabili sono i devoti di ogni età che accendono bastoncini d’incenso o candele, suonano campanelle o scuotono la testa. Qui i restauri non sono conservativi ma ricostruttivi, e così i secoli si affastellano più dentro le strutture architettoniche che in quello che si vede. Ma il passato ce l’ho egualmente sotto gli occhi, a portata di obiettivo, perché poche tradizioni come quella theravada hanno saputo conservare intatti riti e usanze. Fatta astrazione dalla globalizzazione della moda e della tecnologia, dimenticato qualche trillo importuno di telefonino e qualche rombo di motoretta che petarda biossido di carbonio in una delle città più inquinate al mondo, ci si ritrova ai tempi dei re Lanna nel XIII secolo. Un tempio per tutti, quello di Wat Chedi Luang, tra i più antichi. Al centro del complesso templare si erge un gigantesco chedi (cono votivo) che mostra tutti i suoi secoli, dopo essere stato danneggiato da un terremoto nel 1545. Al terzo anello, osservo una corona di piccoli elefanti in pietra che rende il tempio caro alla popolazione, avi- da di simboli e di animali divinizzati, di rassicurazioni cultuali. Il sito rimane nella sua forma originaria, per volere dell’Unesco, che ha dichiarato il centro di Chang Mai patrimonio dell’umanità. Ma proprio dinanzi al chedi un antico tempio ligneo subisce modifiche radicali in barba ai divieti. Poi templi e tempietti, fedeli e turisti, Buddha sdraiati o accovacciati. Il monaco-rettore All’ingresso della Mahachulalongkornrajavidyalaya University, ecco l’ennesimo tempio, quello di Wat Suan Dok, che risale al 1373. Ricoperto di lamine d’oro, lo stupa principale racchiude un Buddha del XIV secolo che si dice si sia per miracolo duplicata. La copia sarebbe stata issata sulla groppa d’un elefante albino che salì la montagna di Doi Suthep, arrestandosi sulla cima, dove morì. Lì fu costruito un santuario. Phramaha Bonchuay Doojai è il rettore dell’università dove studiano più di 700 monaci e 300 aspiranti. L’ateneo – mi spiega – è stato fondato più di un secolo fa dal re Rama V. Stiamo salendo d’importanza nella gerarchia delle università thailandesi per monaci. Insegniamo dalla dottrina buddhista alla filosofia, dalle religioni alla sociologia, dall’assistenza sociale all’etica, per baccalaureato e licenza, con alcuni cicli di dottorato. Accogliamo inoltre chi vuole conoscere il buddhismo, gli occidentali soprattutto. Nuova è la Monk Chat, discussioni dal vivo o via Internet. Il reclutamento degli studenti avviene con incontri nelle scuole, programmi radio e tv, Internet e articoli. In realtà – mi dice il rettore – i giovani vengono qui con diverse motivazioni, magari perché si insegna in inglese!. È una vita dura, quella del monaco; ma il 75 per cento resiste almeno per vent’anni nei templi, dove gli studenti, alternate ai corsi universitari, svolgono attività cultuali. Sicuramente l’influsso del consumismo c’è anche qui – mi dice Phramaha Bonchuay Doojai -, e le vocazioni diminuiscono. Ma cerchiamo di adeguarci. Ad esempio il telefonino viene usato con parsimonia e mai durante le lezioni. Si corre il rischio di annacquare la tradizione theravada, quella più vicina agli insegnamenti originari? Il rischio c’è. Oggi non si può più insegnare solo i precetti, bisogna spiegarli, perché si corre il rischio di non rispondere ai bisogni della gente. Pur avendo un’antichissima storia di tolleranza, la tradizione theravada non è nota per la sua dimensione di dialogo. Ma qui si insegnano proprio i fondamenti delle fedi più importanti. È una delle nostre materie più specifiche – precisa il rettore, che ha un dottorato proprio in Scienze delle religioni -. I monaci in un mondo globalizzato debbono conoscere le altre religioni e capirle, in modo da usare le cose buone proposte. Ci sono tante cose da approfondire assieme: aspetti sociali e filosofici, politica ed economia. Il dialogo mi piace, porta sempre molti frutti se è sincero. Anche coi cristiani? Siamo come due matite di colore diverso che si avvicinano per la punta: a volte fedeli di religioni diverse sono più vicini tra di loro di quanto non avvenga con persone della propria religione. Lo sperimento con alcuni cristiani di Chang Mai, in particolare coi focolarini. L’imam e la bomba A Capodanno 2007 una bomba è scoppiata in una stradina alla periferia di Chang Mai (dopo altre otto scoppiate a Bangkok), proprio dinanzi alla moschea dell’imam Ajhan Soleh, tranquillo, per natura e convinzione. Non era pericolosa – mi spiega tranquillizzante -, e probabilmente è scoppiata per caso, perché chi la trasportava è caduto dalla bicicletta. Non si può parlare di attentato, ma di incidente. È evidente, l’imam su quest’argomento non mi dirà nulla d’interessante. Meno male che la bomba non è scoppiata il giorno prima; c’erano migliaia di persone e sarebbe stata una carneficina. Tanti cristiani e buddhisti ci hanno chiamato per condannare quell’atto di violenza . Poi una prima ammissione: Ora stiamo attenti, in particolare con alcune fazioni di birmani pericolosi. Anche se chi ha posto le bombe fosse musulmano, non lo sarebbe nei fatti perché violerebbe le regole della convivenza. Vanno isolati, perché questo incidente rischia di danneggiare i rapporti pacifici con i fedeli di altre fedi. Nel distretto di Chang Mai vivono 30 mila musulmani sunniti: cinesi, bengalesi, indiani, malesi (come l’imam), birmani. Nel resto del Paese sono il 10 per centro, soprattutto nelle provincie del Sud, dove raggiungono il 90 per cento . I musulmani del Nord non ricevono finanziamenti da altri Paesi islamici. Per vivere versano alla moschea il 2,5 per cento del reddito, per i poveri: Abbiamo appena ammazzato dieci vitelli per le famiglie indigenti, chiosa l’imam. Si può essere buoni musulmani e buoni thailandesi? Certo – mi risponde -. L’Islam è una religione buona anche per la cultura thai. I cinque nostri precetti sono simili ai cinque pilastri theravada. Seguiamo peraltro le leggi e la shari’a non possiamo usarla, se non per regolare delle faccende private e a condizione che non infrangano la legislazione civile. Che ne pensa del dialogo interreligioso? In varie occasioni abbiamo potuto dialogare a fondo con buddhisti e cristiani. Ci unisce soprattutto una parola: pace. Quando vedo dei buddhisti che accendono le loro candele al tempio, mi metto a pregare Allah per loro. Alcuni nella comunità sono rimasti sconcertati quando ho invitato dei monaci buddhisti alla moschea.Ma ora si sono abituati. Le donne in genere portano l’hijab, ma non il burqa. Sono frequenti le musulmane che vanno a capo scoperto. Tra loro la figlia di Ajhan: E io la rispetto, ci tiene a dire. L’integrazione non porta problemi eccessivi. Purtroppo la religione è scritta nei libri ma sempre meno nel cuore della gente – conclude l’imam -. C’è bisogno di religione per fare andare avanti una società. Non bastano le leggi, serve la vera religione che indirizza i cuori e fa accettare gli altri. Il vescovo dei montanari Da vent’anni è vescovo cattolico di Chang Mai, mons. Joseph Sangval Surasarang, semplice e accogliente, tutti gli vogliono bene. L’incontro alla Casa diocesana, cuore di una diocesi di 90 mila chilometri quadrati, 6 milioni di abitanti, 46 mila cattolici, 21 preti, 43 suore, 32 religiosi, 21 seminaristi maggiori e 43 minori, 1500 battesimi all’anno e 20 mila catecumeni adulti. Con i buddhisti – mi spiega il vescovo – non c’è nessun problema. Ci si rispetta e ci si incontra quando è necessario, per elaborare strategie comuni contro il consumismo. Abbiamo avviato una trentina di centri pastorali per formare ragazzi e ragazze alla moralità, a un’etica cosciente. La tivù arriva dappertutto, anche negli slum e nelle montagne peggiorando le mentalità. Ci sono poi i danni dell’urbanizzazione. Un fronte assai importante è quello del turismo, in gran parte – questo sì – cristiano. Cresce a ritmi vertiginosi e così i danni provocati dalla droga, dal sesso sfrenato, dai soldi sperperati. Tanti occidentali atei ritrovano il rapporto con Dio grazie alla testimonianza dei cattolici locali, di cui non sospettano nemmeno l’esistenza. In che stato è la famiglia? Non stava benissimo, e ora sta peggio. Da una parte i genitori escono di casa la mattina e vi fanno ritorno di notte; dall’altra i giovani ormai sono sempre più preda di una sessualità precoce. Fortunatamente abbiamo dei laici che animano dei centri familiari. Sono la nostra speranza, perché penetrano nella società senza tante prediche. Doi Suthep Ai 1676 metri della montagna che dà su Chang Mai ritrovo le tracce dell’elefante albino di Wat Suan Dok. Qui esalò l’ultimo respiro, e qui fu costruito il tempio più importante della regione. Era il 1383, e regnava il re Keu Naone; da allora i monarchi thai trascorrono qui le loro vacanze. Servono 306 gradini per raggiungere il tempio, sopra l’entrata assediata da bancarelle, cartomanti, venditori alla sauvette, elefanti ad uso turistico. Il fulgore. Come trovare altri termini per raccontare l’esperienza che si vive accedendo al luogo sacro rivestito di lamine d’oro? Stupa, cappelle, statue, incensieri e candelabri, volute di fumo, fiori e monete d’oro offerte alla divinità, piatti di frutta e altre mercanzie votive, fregi che sfiorano la deriva barocca, ex voto di marmo… Un festival di fulgore e luce, che proviene soprattutto da coloro che pregano. Sono loro a dare un senso esistenziale a questo fulgore che potrebbe apparire solo estetico. Sono loro a dare spessore a un popolo che è bambino senza essere infantile, che troppi si ostinano a considerare ingenuo e quindi facilmente sfruttabile. Sono loro a mostrare la principale qualità dei thai, la pazienza, allorché li vedo sopportare un commando d’un centinaio di pseudo-cristiani di una setta che dileggiano il paganesimo buddhista, invocando come ossessi l’arrivo di Gesù contro questa plebaglia zotica. Mi vergogno, tanto più in questa città in cui la tolleranza e la vicinanza tra i fedeli di credo diversi è una realtà.Vera.

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