Mi ha molto interessato il recente libro del giornalista Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto (Solferino 2025). Racconta la fine del sogno dei social network, nati per dare più potere alla gente contro le élite al potere e per un mondo migliore e più democratico, e finiti per diventare «uno strumento implacabile per dividere le persone e isolarle».
Un gruppo di aziende tecnologiche, infatti, ha scoperto un modello di business costruito sul nostro narcisismo e sulle nostre vulnerabilità. Un business che ha dato loro incassi miliardari e un potere incredibile sulle persone. I social infatti creano dipendenza (non possiamo più smettere), imparano dai nostri comportamenti quali contenuti ci generano una piccola scarica di dopamina, decidono cosa farci vedere e quali reazioni emotive innescare: «la paura per gli utenti anziani e la rabbia per il ceto medio impoverito». Per i giovanissimi, invece, puntano sul corpo, per il quale gli adolescenti si sentono molto giudicati dagli altri.
Spesso in metropolitana mi meraviglio di come ormai non alziamo quasi mai lo sguardo dal telefonino. Soprattutto mi colpiscono le persone che continuano stancamente a scorrere i video sullo schermo del cellulare: si chiama scrolling infinito, è il tempo trascorso online guardando un video dopo l’altro, quasi inebetiti, senza stancarsi mai. I social sono ormai diventati «macchine per l’intrattenimento personale di miliardi di persone». Bolle che ci rinchiudono nella nostra solitudine. Non a caso si parla di «epidemia di tristezza e di ansia».
Secondo Luna, 20 anni di social ci hanno imbruttiti, incattiviti, istupiditi. Hanno contribuito al «crollo dell’apprendimento e delle competenze a livello globale», col rischio di tornare tutti analfabeti. Le aziende che controllano i social amplificano «il male che c’è nel mondo», per esempio cancellando i post creati da utenti troppo brutti, o poveri o disabili, perché non creano dipendenza!
Come cambiare le cose? Sono interessanti i consigli di Luna. Nei social «la gentilezza è un atto di resistenza, l’inizio di una rivoluzione. Sorridiamo quando incontriamo qualcuno, perché gli altri spesso sono tanto soli. Proviamo a cambiare il mondo, una persona alla volta. Costruiamo reti di persone che hanno la nostra stessa visione del mondo perché da soli non si va lontano».
Nel leggere queste conclusioni di Luna, riflettevo che da 70 anni Città Nuova fa esattamente questo. Come un piccolo seme, tenace, che non ha paura di andare controcorrente. Ne riparleremo durante questo 2026. Intanto iniziamo con la proposta culturale che trovate a centro rivista.