Economia senza letteratura

Léon Bloy, il grande scrittore francese, un giorno, contristato dal modo con cui la letteratura parlava della vita della trappa e dei monaci, andò a visitarne personalmente una, per avere il diritto di ammirarla senza letteratura. Una sensazione simile è quella che provo leggendo durante questi mesi estivi libri di teoria economica. La letteratura economica ci parla, infatti, di individui mossi nella loro azione dalla ricerca del proprio tornaconto, dall’interesse personale, dall’egoismo. Lo chiamano uomo economico quest’uomo che lavora, scambia, compra e vende unicamente per amore di sé stesso. Poi, lasciando la letteratura, nella vita tutti i giorni si incontra Giovanni, che lavora da anni in fabbrica per costruirsi una casa e mandare i figli ad una buona scuola per dare loro la speranza di un futuro migliore del suo presente. O Francesca, che fa l’insegnante elementare e cerca di rimediare in poche ore al giorno ai danni di cartoni, videogiochi e Gardaland. Guardando ancora da vicino la nostra città incontriamo anche Mario, manager di una grande impresa, abbagliato dal potere e dal denaro; ma accanto a lui ecco comparire Anna e Claudio che hanno ereditato l’impresa famigliare dei genitori e la portano avanti soprattutto per dire loro che i loro sforzi di una vita hanno avuto un senso. Certo, l’economia è anche altro: è l’azione e il prodotto di azioni di anonime multinazionali, di centrali di potere da cui dipende la vita di centinaia di migliaia di persone, e anche la salute del nostro pianeta. Vero, ma l’economia è anche la vita di milioni di Giovanni, Francesca, Anna e Claudio, che popolano le nostre città, le nostre zone industriali, i nostri mercati. Sono convinto che nel mondo ci sia molto più amore di quanto la letteratura economica non sia capace di vedere: amore che ti spinge ad alzarsi alle quattro del mattino per crescere i tuoi figli, che ti fa passare trent’anni dietro una noiosa scrivania per pagare il mutuo della casa, che ti fa uscire e andare al mercato per preparare un buon pranzo, che ti fa diventare imprenditore per sognare un mondo senza più indigenti, come nell’Economia di Comunione e in tante esperienze di economia sociale. Ma occorrono occhi nuovi, che ci fanno capaci di vedere nel consumatore o nell’imprenditore dei cittadini, e nel mercato un pezzo di società civile, dove sono in gioco tutte le passioni, tutti gli ideali, tutti i vizi ma anche tutte le virtù del gioco della vita in comune.

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