Economia, quali politiche contro la recessione?

La proposta di tre obiettivi irrinunciabili per ridare dignità al lavoro, oltre alla proposizione di altrettanti assi fondamentali di politica industriale da seguire e a tre possibili riforme cardine delle politiche economiche europee
ANSA/CESARE ABBATE

Per ora la recessione dell’economia italiana è stata solo tecnica, ma quella vera è alle porte. Ecco perché, seppure in una situazione di crescente difficoltà dell’economia sia mondiale sia europea, è indispensabile che il Paese inverta la rotta e torni a crescere.

Per consentire all’Italia di uscire dallo stallo in cui si trova è necessario comprendere il percorso che l’ha prodotto. Dopo la doppia crisi del 2008-2009 e del 2011-2013, con i governi PD l’economia ha imboccato un modello di sviluppo export-led, che possiamo definire mercantilista povero, basato su un avanzo commerciale ottenuto al prezzo della compressione dei consumi interni. Le esportazioni crescevano sì trainate dalla rapida espansione dei mercati internazionali, ma sospinte dal perdurante contenimento dei salari, dalla selezione delle imprese operata dalla crisi e dalla stagnazione di consumi e investimenti.

Il blocco del potere d’acquisto dei lavoratori è per l’Italia un male antico. È infatti dal 1991 che le retribuzioni reali sono entrate in un tunnel di “stagnazione secolare” di cui ancora oggi, ventotto anni dopo, non s’intravede la fine. E se non bastasse, al blocco del salario diretto ha fatto da complemento una drastica decurtazione anche di quello indiretto (pensioni, sanità, assistenza, tutele, regole).

Soffermiamoci sulle retribuzioni. Quando nel luglio 1993 venne varato l’impianto di contrattazione collettiva a due livelli tuttora in vigore, la difesa dei salari dall’inflazione fu affidata al contratto nazionale di categoria (primo livello), che prevedeva una politica salariale d’anticipo basata sull’aggancio dei minimi contrattuali per qualifica all’inflazione, allora concertata e oggi prevista.

La possibilità che il potere d’acquisto dei salari crescesse venne affidata alla contrattazione decentrata (secondo livello), che però non è mai stata disponibile a più del 20-25% dei lavoratori delle imprese. Di conseguenza, la probabilità che negli anni successivi i salari reali crescessero nella stessa misura della produttività, secondo la regola aurea delle politiche salariali, si è rivelata trascurabile: per il poco che la produttività del lavoro è cresciuta (16,6% dal 1992 al 2018), i salari reali sono rimasti sostanzialmente e significativamente indietro (8,1%). A prezzi correnti, quella distanza vale ora ben 60 miliardi di euro.

Il modello mercantilista povero di crescita (certo modesta, ma comunque crescita) nel 2018 è entrato in crisi. Sui mercati internazionali si sono addensate le nubi dell’andamento stagnante della Germania, dei “dazi gemelli” americani e cinesi, del rallentamento del colosso asiatico, dell’esito sempre più incerto della Brexit, dell’esaurimento del Quantitative Easing della BCE, delle prospettive per la prima volta imprevedibili anche per gli Stati Uniti.

Il deteriorato scenario globale ha imposto al nostro commercio estero una flessione sensibile: l’avanzo commerciale di parte corrente si è ridotto in un anno dal 3,2 al 2,4% del PIL. E poiché i mercati internazionali non sono più sensibili di tanto alla politica nazionale, per il Governo e le imprese è diventato urgente promuovere un diverso modello di sviluppo, incentrato sulla ripresa del mercato interno.

Per sventare la recessione è però necessaria una politica economica che non solo risolva la questione salariale, ma affronti con decisione i nodi che da tempo impediscono al Paese di intraprendere con decisione il sentiero dello sviluppo sostenibile. Quanto segue costituisce un sintetico compendio delle misure necessarie in nove punti: tre obiettivi irrinunciabili per ridare dignità al lavoro, tre assi fondamentali di politica industriale e tre riforme cardine delle politiche economiche europee.

Gli obiettivi sociali irrinunciabili per ridare dignità al lavoro sono:

  • Tolleranza zero nei confronti delle morti e degli incidenti gravi sul lavoro, da realizzarsi attraverso un Piano d’azione nazionale pluriennale con target espliciti di abbattimento nel corso del tempo, e potenziamento dei controlli e della formazione obbligatoria di controllori, lavoratori e imprese.
  • Crescita dei salari reali almeno pari a quella della produttività del lavoro. È necessario attribuire al contratto nazionale una funzione di supplenza e di stimolo della contrattazione decentrata nella misura necessaria, con particolare attenzione allo sviluppo della contrattazione territoriale nel Mezzogiorno. Il finanziamento dell’investimento sulla crescita dei consumi può essere in parte assicurato da un abbattimento del cuneo fiscale (come già programmato dal Governo), ma anche da un parallelo aumento delle aliquote fiscali a carico del 20% più ricco della popolazione.
  • Spostamento differenziale e strutturale dal lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile del carico contributivo a carico dell’impresa. Il lavoro stabile deve costare all’impresa significativamente e stabilmente meno di quello flessibile (a parità di diritti); e i lavoratori flessibili devono accumulare comunque un patrimonio contributivo congruo, che riduca la disparità di diritti e la necessità di integrazione sociale all’atto del pensionamento, della maternità, della malattia ecc.

Gli assi lungo i quali indirizzare prioritariamente gli investimenti, con particolare riferimento al Mezzogiorno, sono:

  • Messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo attraverso un Piano di azione nazionale di lungo periodo, finanziato con investimenti pubblico-privati (ad esempio analoghi ai PIR).
  • Digitalizzazione del lavoro (Lavoro 4.0/Impresa 4.0), con le conseguenti politiche di sostegno salariale, riduzione dell’orario di lavoro e politiche della domanda atte a sostenere la crescita occupazionale anche a fronte di significativi incrementi di produttività.
  • Sviluppo del green new deal italiano, nelle diverse articolazioni di disinquinamento, riconversione energetica e qualità ambientale, gestione dei rifiuti ed economia circolare.

Infine, gli elementi cardine di riforma immediata delle politiche economiche e di bilancio europee, connessi con i precedenti assi di politica industriale, sono:

  • Lancio di una vera politica industriale continentale con titoli pubblici europei (eurobond) per finanziare gli investimenti infrastrutturali. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione dopo il 2008, e a quanto prima si sarebbe rafforzato lo stesso sistema bancario, sorretto dal mercato anziché dalle misure monetarie della banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta dalla BCE per il Quantitative Easing;
  • Nell’attuale fase di alleggerimento del Quantitative Easing, riconsiderazione della missione istituzionale della Banca Centrale Europea, in modo da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione (come nel caso della FED americana), e l’arbitraggio tra i due obiettivi a seconda delle necessità del momento e delle effettive condizioni del mercato del lavoro e dell’economia;
  • Dopo la bocciatura da parte del Parlamento europeo della canonizzazione del Fiscal compact nella legislazione comunitaria, ristabilimento della classica regola aurea del bilancio, ossia dello scomputo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale; e, in parallelo, dell’imposizione alle risorse raccolte attraverso il debito sovrano di essere impiegate per finanziare investimenti a elevato moltiplicatore fiscale.

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