E…state in azione

Solidarietà, arte, cittadinanza attiva. Le vacanze impegnate di alcuni gruppi di giovani nel nostro Paese.
E...state in azione
Vacanze solidali, impegnate. Le avevamo seguite col nostro blog sul sito della rivista (www.cittanuova.it). Sentiamo da alcuni dei giovani protagonisti com’è andata.

 

In Abruzzo, all’ascolto

«Dopo gli esami di maturità volevo dedicarmi agli altri. Quando, arrivando a L’Aquila, ho capito che l’aiuto richiesto non era “fisico” ma consisteva principalmente nell’ascolto, mi sono spaventata. Poi però…». Ascolto, come racconta Tecla di Roma, è la parola sintesi di un’esperienza in terra abruzzese che nel mese di agosto, in collaborazione con la Caritas e con tanti adulti delle comunità locali dei Focolari, ha coinvolto a turno una sessantina di giovani di varie regioni italiane. «Le persone tra loro non parlano per non addossarsi il dolore in una sorta di mutuo rispetto – racconta Stefania di Lanciano (Chieti) – ma con noi era diverso; bastava un “buongiorno” per venire invitati ad entrare in casa a bere un caffè ed ascoltare per ore, in particolar modo gli anziani».

Ben presto i giovani hanno capito  che le persone veramente bisognose provavano imbarazzo a raggiungere la tendopoli e chiedere aiuto; era necessario incontrarle lì dove si trovavano. Così ci si rendeva conto anche che fare foto «per documentare la nostra uscita poneva una distanza quasi incolmabile con la popolazione che in un certo senso si sentiva violata non tanto nella privacy quanto nella dignità». E allora giù le macchinette e spazio ai colloqui. Anche perché, continua il racconto dei giovani, «c’è del sacro nel girare per una città terremotata: i condomini sono vuoti e le tapparelle abbassate da quel 6 aprile. Pure di giorno la città sembra immersa nella notte. Ci voleva rispetto».

Ascolto, rispetto. E condivisione anche nel disagio di dormire inizialmente su una coperta distesa per terra dentro una tenda e nel sentire molto bene, a contatto con il suolo, le scosse sismiche.

Stupore comunque, di fronte alla bellezza di quei rapporti veri costruiti in breve tempo, alla generosità e all’ospitalità di chi ha davvero poco, alla fede di chi ringrazia Dio d’esser vivo anche se ha perso tutto o alla capacità di ricominciare a sperare.

 

Arte a Loppiano

Trenta giovani da varie parti d’Italia, tre laboratori tenuti da altrettanti professionisti, e uno spettacolo da costruire insieme: queste le premesse del laboratorio artistico C’è un rapporto dietro a ogni cosa, svoltosi dal 27 luglio al 2 agosto a Loppiano. Organizzato dall’associazione culturale Modo di Udine, l’appuntamento voleva far emergere uno stile di fare arte che desse priorità, prima del cosa si fa, al come lo si fa. Con questo impegno i gruppi si sono divisi il lavoro in vista della serata finale, coordinati dal coreografo Pierluigi Grison.

Gli appassionati di scenografia, guidati da Enzo Gagliardi, si sono fatti carico della preparazione di costumi e installazioni di scena. Un lavoro basato su un confronto autentico: «È la prima volta che trovo un ambiente così – ha affermato Anna di Catania, studentessa di Belle arti –, nelle altre realtà conta solo la produttività. Non c’è modo di costruire rapporti umani». A comporre la colonna sonora ha pensato il gruppo diretto da Sandro Crippa, mentre alle coreografie ha contribuito il laboratorio di arti visive con Daniele Fraccaro.

Sono emerse divergenze artistiche e difficoltà organizzative hanno scaldato gli animi, ma sempre con l’impegno a ricominciare sotto una luce nuova.

Lo spettacolo Un giorno come una vita è andato in scena nella vicina cornice del lago di Tracolle. Un viaggio da un giorno ad una nuova alba attraverso la notte, che i 150 spettatori hanno dovuto fare anche fisicamente spostandosi attorno allo specchio d’acqua.

I trenta giovani artisti si sono lasciati con la promessa di tenersi in contatto: non solo in vista di una seconda edizione dell’appuntamento, ma anche per collaborazioni in campo artistico.

 

Segni di speranza in Sicilia

Edizione numero cinque a Ramacca (Catania). Circa 300 i giovani partecipanti, da ben 60 città. Be a sign of hope – Essere segno di speranza, il meeting estivo dei Giovani per un mondo unito di Sicilia, Calabria e Malta è ormai un progetto consolidato. Iniziato quasi come una sfida nel 2004 a Corleone, questo laboratorio itinerante ha visto germogliare semi di riconciliazione, di speranza, di collaborazione in comunità alla ricerca di una nuova identità, ferite talvolta dalla criminalità, dimenticate dai circuiti mediatici. Una staffetta che lega insieme le forze positive del territorio, giovani e anziani, amministratori e operai, «tutti ingaggiati nel rispondere alle attese delle nostre terre – racconta Maddalena –. Ecco perché continuiamo a sfidare le temperature torride, gli sguardi interrogativi degli amici sulla prossima meta delle vacanze e accettiamo le scomodità di un materasso per terra, di una doccia arrangiata, di un hotel che come stelle ha spesso quelle del cielo».

Temi di questa edizione: economia e lavoro, cittadinanza e partecipazione politica, diritti umani e immigrazione, dipendenze ed esigenza di libertà, senza dimenticare storia e tradizioni del paese che ci ospita. Tante le occasioni di confronto con gli abitanti, il sindaco, il presidente del consiglio comunale e vari politici, ma anche con il vescovo, il parroco e con quanti pagano sulla propria pelle la scelta di essere “diversi”. Un manifesto con proposte concrete per i vari ambiti di vita della città è stato consegnato al primo cittadino, con l’intento però di estenderlo ad altri territori. «Mi sono innamorata di nuovo della mia città», «Voglio impegnarmi sul serio nel mio paese», le impressioni più ricorrenti. E già sulla via del ritorno tanti progetti hanno preso corpo con i rifugiati, i tamil e un programma radio. La staffetta continua.

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