È solo una partita

In una scuola di calcio per bambini a Varese si prova a non esasperare l’aspetto agonistico a favore di quello ludico.
I bambini di una scuola calcio di Varese

«Questo è il campo di gioco dei bambini della Scuola calcio del Varese 1910. Noi qui ci divertiamo, impariamo a rispettare le regole, i compagni e i mister: non giochiamo mai “contro” ma “con” i bambini delle altre squadre. Non rovinateci il piacere di calciare un pallone, evitate i commenti e gli atteggiamenti esagerati. Non è colpa nostra se qualche genitore è dispiaciuto per non essere diventato calciatore: urlare non serve a nulla, lasciateci sognare. Divertirci è un nostro diritto, sostenerci sempre è un vostro dovere e una gioia per noi».
Un semplice cartello, appeso all’ingresso del campo sintetico dello stadio Franco Ossola di Varese, frequentato ogni giorno da decine e decine di bambini dai sei ai dodici anni. Una sorta di decalogo, resosi necessario per frenare la deriva di certi comportamenti che ben poco hanno a che fare col mondo dello sport, soprattutto quando i protagonisti in campo sono giovanissimi. Succede anche questo, nel calcio moderno.
 
«Succede che spesso i genitori, e specialmente i papà, assumano atteggiamenti profondamente sbagliati. Persone che avrebbero voluto diventare calciatori e che, non essendoci riuscite, scaricano questa frustrazione sui propri figli». Le parole di Marco Caccianiga, responsabile della Scuola calcio del Varese, spiegano molto bene la situazione. «A volte i genitori pretendono troppo dai bambini – aggiunge –, dando loro indicazioni che, anche a livello motorio, non sono in grado di ottenere. E qui nasce un altro problema: incitare i figli va bene, ma avere la pretesa tecnica di sostituirsi all’allenatore è soltanto dannoso. Spesso, infatti, i bambini non hanno più punti di riferimento, non capiscono chi devono ascoltare, se il mister o il papà».
Una situazione che, a Varese come in tante altre realtà dell’Italia “pallonara”, si fa presto insostenibile. «I nostri bambini – racconta Caccianiga – erano stati portati a vivere il sabato, giorno delle partite, in maniera troppo stressante, perché non riuscivano a soddisfare le aspettative dei loro genitori. Tra gli allenamenti sostenuti durante la settimana e il weekend andava in scena una vera e propria metamorfosi: i bambini al sabato erano troppo tesi, avevano paura di sbagliare e, in sostanza, non si divertivano».
 
Quali, allora, le “contromisure” da prendere per evitare che una partita fra “pulcini” rimanga quel che è, ovvero un importante momento di festa, di condivisione, di interazione? In Caccianiga e nei suoi collaboratori nasce l’idea del decalogo, da appendere all’ingresso del campo in modo che sia visibile a tutti, specialmente ai genitori. «Il binomio sport-educazione – continua il responsabile della Scuola calcio biancorossa – è tema di tanti convegni che organizziamo, ai quali però i genitori non partecipano. Dovremmo fissarli prima delle partite del sabato pomeriggio, ma non potendo farlo abbiamo provato ad affiggere il cartello, come se fosse stato scritto dai bambini». E la scelta, alla lunga, ha pagato.
«Inizialmente non credevo che le cose potessero cambiare – ammette Caccianiga –, e invece abbiamo notato un cambiamento di passo. Certo, esistono sempre episodi “al limite” e situazioni da tenere sotto controllo, ma alcuni dei genitori ai quali ho pensato scrivendo quel decalogo mi hanno raccontato che, leggendolo, si sono fatti un esame di coscienza e hanno capito di aver esagerato».
Sport ed educazione, tema quanto mai attuale in un ambiente, quello del calcio in particolare, nel quale gli esempi negativi rischiano di prendere sin troppo piede nelle menti e nei cuori dei giocatori in erba. «A volte ci si dimentica della dimensione di gioco che ogni disciplina possiede – commenta Caccianiga –. Nel nostro Paese, poi, il pallone è l’unico sport che nella denominazione ufficiale federale possiede quella parola (Federazione italiana giuoco calcio, ndr). Dobbiamo sempre cercare di condurre gli atteggiamenti dei bambini verso canali sani, evitando emulazioni di certi campioni che non sono certo da esempio.
«Ce lo ha insegnato anche l’ex allenatore della nostra prima squadra, Beppe Sannino (attuale tecnico del Siena, ndr) – continua Caccianiga –, che quando concludeva l’allenamento coi suoi giocatori veniva da noi, scambiava due tiri coi bambini e si rivolgeva loro ripetendogli spesso poche importantissime parole: “Non dimenticatevi che si tratta di una semplice partita di calcio. Divertitevi sempre, a prescindere dal risultato”».
Ecco, così dovrebbero fare tutti, a partire dai genitori. Sarebbe bello se tutti i papà, tornando a casa dopo la partita del figlio, non dicessero alla moglie se il bambino ha vinto o perso, ma semplicemente: «Si è divertito».

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