E’ l’ora delle mostre intellegenti

I DIECI DI BRESCIA Sono proprio e solo dieci i quadri che a Santa Giulia ritraggono un’intera grande stagione, il Cinquecento veneziano. Ma disposti con gusto, allineati in un percorso che si apre con Tiziano e si chiude con i Bassano. Le opere sono scelte con cura dal Louvre parigino, i maestri sono grandi, grandissimi e di media portata, la panoramica nella sua essenzialità completa: offre soprattutto al visitatore l’opportunità – rara in una mostra – di pensare, contemplare in uno spazio di quiete. Si passa subito all’eredità giorgionesca riflessa nei colori sgargianti della Madonna del coniglio (1530 circa) di Tiziano, con l’alba infocata che si espande in luci sulla sacra conversazione in campagna, un idillio pastorale dove non manca, nel canestro con l’uva e la mela, il simbolo della Passione futura del Bambino. Ma il dramma è smorzato dalle larghe campiture cromatiche inneggianti alla bellezza della natura e della vita. Quest’ultima si riempie di energia spavalda e divertita nel Ritratto di Francesco I di Francia, in cui Tiziano colloca il personaggio, come sempre, su di un piedistallo di familiare superiorità. E se accanto al Cadorino, Cariani e Caroto – suoi contemporanei di minor elevatezza – diffondono la parola di Giorgione collocando personaggi sacri sulle sfondo di tempeste o di una natura indagata con precisione düreriana, esprimendo in questo modo un linguaggio caldo e contemplativo diffuso nell’entroterra veneto dagli autori provinciali; tocca al Veronese, nel secondo Cinquecento, sia nel Ritratto di giovane donna con bambino come nella Crocifissione inventare una narrazione di aristocratica trasparenza, così che il tema emotivo della Pietà o lo sguardo fermo della donna ritratta ci presentano una umanità non distaccata ma nemmeno troppo vicina: la sua è l’arte dell’equilibrio, di una gentilezza innata, aperta, ma non propensa alla confidenza. L’opposto di un Tintoretto che in un severo Autoriratto, ascetico come un vecchio del Greco, mostra i suoi settant’anni incupiti; a differenza del bresciano Moroni, il cui Ecclesiastico appare con la tranquilla dignità del buon senso provinciale, l’abito scuro della festa, lo sguardo attento e diffidente di chi conosce bene gli uomini. Con i due Bassano, Francesco e Leandro – espressioni della bottega familiare – l’arte veneta chiude il secolo con il ritorno alla natura: questa volta nel realismo agreste della gente della Pedemontana, in cui i soggetti sacri, per quanto sentiti, offrono pure un pretesto ad una narrazione a colore libero (impareranno in molti, da Rubens agli Impressionisti) di un’umanità cordiale e laboriosa. Una rassegna, come si vede, accuratamente selezionata, dove la storia dell’arte con i suoi sviluppi si presenta in modo attento e diretto. È facile, infatti, comprendere, ad esempio, come si possa arrivare naturalmenteda Giorgione a Caravaggio. MANTOVA, CULLA PADANA È esattamente questo – l’approdo dal Maestro di Castelfranco al Merisi – che a palazzo Tè, nelle stanze mitologiche di Giulio Romano, si offre all’osservatore. Le cento e passa opere non disturbano, sono anzi tappe di un viaggio che tocca questa volta la Val Padana con il suo incrociarsi e intrecciarsi di idealità e luci veneziane e realismi padano- lombardi. Così agli umori dei soliti grandi nomi veneziani – scelti con estrema cura – l’occhio si posa più volentieri sugli emiliani. Non solo Correggio e Parmigianino (di cui la mostra offre una recuperata, allucinata Adorazione dei Magi) ma Sustris, Orsi, l’Ortolano, Mazzolino e quant’altri, le cui opere costituiscono variazioni indovinate, a volte anche ispirate, sui temi consueti sacri o allegorici. Bisogna dire che Vittorio Sgarbi, che insieme a Mauro Lucco ha curato la mostra, ha scelto bene. Lo sguardo infatti va volentieri ai piccoli maestri che, rispetto ai più celebrati, formano un laboratorio di invenzioni, soluzioni talvolta geniali, offrendo ovviamente spunti anche ai maggiori. Se si osservano infatti il Lorenzo Costa con la sua Madonna col bambino giocata su tinte intimiste o un Antonio Campi che nella Decollazione del Battista inventa un interno di violento e realistico chiaroscuro, si comprende come l’eleganza patetica di un Guercino o la passione drammatica di un Caravaggio non siano nate da sole, ma hanno trovato anticipazioni di autentico respiro. Oppure, chi si aspetterebbe dal Ritratto d’uomo del giovane Greco già un segno sicuro della sua futura vocazione di indagatore d’anime a Toledo? Certo, è l’ambiente padano che al pittore cretese ha infuso l’amore per lo studio sull’uomo, anche se poi in lui percorrerà derive assolutamente originali. La rassegna offre sorprese che sono rivelazioni. Il Cristo morto del Bastianino, ad esempio. Soluzioni cromatiche che saranno dei barocchi, di Rubens e perché no, a lungo andare, di Rembrandt, tanto il colore è sgranato, liquido e l’emozione quasi furiosa. Ma, soprattutto, la mostra nel suo viaggio calmo attraverso il sottobosco di tanti che sarebbe ingiusto chiamare minori, ha la capacità di far rivivere un’epoca e un ambiente, vale a dire una determinata civiltà. Si tratta di un humus particolare il quale ha la forza di stemperare la poesia dei Grandi nella prosa si direbbe manzoniana del quotidiano. Con quel misto di affettuoso, semplice e tranquillamente realistico che forma il temperamento dell’arte in Val Padana. Che Caravaggio spicchi il volo da una simile atmosfera, quindi, non resta un mistero. Mario Dal Bello Tiziano e la pittura del Cinquecento a Venezia. Capolavori dal Louvre. Brescia, Museo di Santa Giulia. Fino al 20/3/05 (catalogo Linea d’ombra). Le ceneri violette di Giorgione. Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio. Mantova, Palazzo Te. Fino al 9/1/05 (catalogo Skira). Degas classico e moderno. Roma, Vittoriano. Fino al 1/2/05 (catalogo Skira) LA BAMBOLA DI DEGAS La ballerina in bronzo e tessuti che al Vittoriano conclude una rassegna pressoché enciclopedica di pastelli, tele, foto e una novantina di sculture dal Museo di San Paolo in Brasile, non è messa a caso alla fine del percorso.Azzarderei dire che forse bisognerebbe iniziare da lei e poi fermarsi a vedere – o a non vedere – tutto il resto. E chissà che il comitato scientifico, presieduto da Claudio Strinati, non abbia anche pensato a questa possibilità, tanto la rassegna ha effettivamente l’aspetto di un itinerario verso (o da, se si preferisce) questa scultura così particolare, da essere spontaneamente il climax dell’esposizione. Il perché è presto detto. La scultura, in Degas, è fatto intimo, ansia di perfezione insoddisfatta, parola pensata e sussurrata. Non per nulla la Ballerina di quattordici anni, non ha volto, se non contorni indefiniti, è pura tensione al volo. Classica certo nella forma e nel tocco che accarezza lieve il piccolo corpo; moderna nell’assenza di sguardo definito, essa è la parte più riposta di Degas stesso, forse il suo maggior raggiungimento poetico. Contemplarla, anzi viverla girandole intorno con attenzione amorosa, suscita con naturalezza la riflessione sull’idealità slanciata dell’adolescenza, sulla possibilità per l’anima di rimanere giovane perché puntata all’alto in perenne ricerca. Da essa allora si possono raggiungere le danzatrici dipinte a tocchi soffici in mille scene e atteggiamenti, le altre sculture ceree, i disegni vaporosi, le foto dell’artista insaziabile di verità. Ma la piccola danzatrice resta il perno attorno a cui tutto ruota, lo specchio del Degas più vero. Non fosse che per questo, la mostra appare un momento imperdibile, un atto d’intelligente sensibilità verso uno degli artisti più introversi e metafisci del recente passato.

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