È l’ora della santità nella città

Simboliche

Ci è giunta in questi giorni in redazione una lettera scritta il 25 marzo 1970 da Giuseppina Montini, cognata di Paolo VI. Scriveva: «Ho visto il papa che ha celebrato per me la messa di san Giuseppe nella sua cappellina (…). Mi ha dato lui l’ultimo numero di Città nuova (…) e mi ha detto che è molto confortato dalle preghiere, dai sacrifici e dall’amore delle anime buone fra le quali in prima linea siete voi focolarini. Nonostante che il mondo intero sembri andare in rovina, lui ha ancora molta fiducia, è epoca di santi».

Una felice coincidenza: in questo numero, infatti, scriviamo proprio di Montini e della sua Brescia che accoglie un altro papa, Benedetto XVI. Scriviamo di una città del Nord che cerca di trovare soluzioni ai problemi di cui siamo tutti testimoni sia con le sue forze politiche, culturali ed economiche che con quelle della società civile, ricchissima nel bresciano.

Dal reportage si avverte come la popolazione di Brescia, nello slabbramento sociale, politico e culturale della nostra Italia, condivida la necessità di un “sussulto morale”, di un impegno personale e collettivo per il bene comune. Da tempo lo sottolineiamo: una “cittadinanza attiva” è necessaria per salvare l’Italia da un declino morale e civile annunciato.

 

«È epoca di santi», diceva Montini alla parente. Un concetto riaffermato da Chiara Lubich, la quale nel 2005 formulava un auspicio: «La santità deve entrare nella città». Sì, per arrestare il declino morale delle nostre società serve una buona dose di santità; una santità che permei non solo la dimensione personale, ma anche quella laica e civile, come hanno testimoniato i 43 santi e i 14 beati del bresciano, molto attivi nel sociale.

Una santità declinabile in tanti modi, atti a risolvere alcune gravi contraddizioni che attraversano la società. Ad esempio l’assenza spesso evidente di un “governo partecipato” dai cittadini, accanto al “governo eletto”: tutti siamo chiamati a essere cittadini responsabili, assieme agli altri abitanti, del governo delle città.

L’immigrazione che le nostre città sono chiamate a gestire fa poi emergere il contrasto tra quel che è locale (il “nostro” da preservare) e quel che è invece globale (il “diverso” di cui diffidare). La difficile integrazione di chi viene da lontano rispecchia tale problema: in questo numero ne parliamo a proposito dei barconi che attraversano il Mediterraneo e delle badanti che ottengono l’ambito permesso di soggiorno. Gli immigrati non sono solo problemi ma risorsa.

 

Ancora, le città appaiono disilluse e gli abitanti disillusi. Troppo spesso assistiamo inermi alla perdita o all’annacquamento di quegli ideali che dovrebbero guidare la presenza dei cittadini nelle loro comunità locali: solidarietà, fraternità, reciprocità e gratuità sono indispensabili per una società a misura della persona, e perciò a misura degli ultimi. A questo proposito consiglierei di leggere l’articolo sulle Giornate di Danzica della Chiesa cattolica del Vecchio continente, che hanno dato indicazioni preziose al riguardo.

Infine, ci sembra che spesso, se anche esistono obiettivi precisi e condivisibili da tanti, non si sappia per quale percorso giungere poi alla loro realizzazione. Ciò accade perché dovrebbero essere condivisibili e condivise anche le domande che via via sorgono: quali misure adottare per assicurare sicurezza e accoglienza nello stesso tempo? come far sì che le generazioni parlino tra di loro? come evitare che le nostre città diventino cittadelle isolate che ignorano le città vicine? come suddividere più equamente la ricchezza cittadina? come coinvolgere insomma i cittadini ed evitare esclusioni? Tutte domande a cui dare risposte condivise e concrete.

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