E io non mi dimetto!

Comportamenti, incentivi e valori condivisi per una prassi di attaccamento alla poltrona.
Università

Una sua foto a torso nudo inviata da Chris Lee, un deputato Usa sposato ad una nuova fiamma è sufficiente per farlo tornare in poche ore a vita privata. Un uomo politico tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, accusato di aver copiato testi altrui nella sua tesi di dottorato, con l’aiuto di un esponente del suo stesso partito, lascia in breve tempo l’incarico. Un ministro francese, Michèle Alliot-Marie, che era stata ospite di un personaggio politico tunisino, attaccata dai giornali, rassegna le dimissioni.

 

Le dimissioni sono un aspetto fondamentale della democrazia. Qui, il potere non è appannaggio di chi è più forte e deciso degli altri nell’impadronirsene e nel tenerlo in pugno. Al contrario, il servizio ai cittadini è più importante del nome di chi lo svolge. Questi è sempre un servitore provvisorio, non solo perché gli incarichi hanno una scadenza, ma anche perché ci si aspetta che si ritiri non appena la sua persona possa diventare un ostacolo: qualche ombra sulla sua onestà potrebbe nuocere alla reputazione del Paese, o magari sarebbe deprimente per le forze dell’ordine vedere che i politici per primi non rispettano le leggi. Per giustificare le dimissioni non è richiesto che un procedimento giudiziario sia arrivato fino alla condanna. Certo, non può bastare la prima notizia che esce sui giornali, ma basta che le accuse sembrino sufficientemente fondate.

 

Se questo è vero, come mai il nostro costume politico in fatto di dimissioni è così diverso da quello di Oltralpe? Penso prima di tutto al presidente del Consiglio, che è stato più volte seriamente coinvolto – il che non vuol dire condannato – in episodi di corruzione, di favoritismo, di interesse privato. Si può aggiungere anche il caso del presidente della Camera, che è fondatore e leader di un nuovo raggruppamento politico, ma continua a ricoprire un incarico di garanzia, che lo vorrebbe super partes. Il terzo caso che vorrei citare è quello di un senatore pugliese, Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità nella giunta Vendola, che è inquisito per presunti illeciti, ma non intende rinunciare alla protezione garantitagli dal fatto di essere oggi un parlamentare.

 

Senz’altro, verrebbe da pensare, la moralità di noi italiani è molto più bassa di quella di statunitensi, tedeschi o francesi. Può essere, ma esistono anche altre spiegazioni. Per rendercene conto, permettetemi di portare il discorso sul terreno dei favoritismi nei nostri concorsi universitari, vinti troppo spesso da portaborse, amanti o compagni di partito, a spese di concorrenti che invece, nella loro ingenuità, pensavano di poter andare avanti nella carriera dedicandosi alla ricerca scientifica. Anche qui il confronto con le università statunitensi, britanniche od olandesi è umiliante. Qualche anno fa, però, mi è stato riferito di favoritismi che sarebbero stati compiuti da docenti stranieri trasferitisi nel nostro Paese. «Forse allora non siamo geneticamente inferiori! – mi sono detto –. La colpa potrebbe essere del contesto». Contesti diversi creano prima di tutto incentivi diversi. Ad esempio, nel sistema britannico, ma non ancora nel nostro, i dipartimenti universitari vengono finanziati in proporzione alla loro “produttività”, misurata dal numero e dal prestigio delle pubblicazioni. È chiaro allora che chi proponga di assumere un suo favorito che “non produce” avrà la strada sbarrata. Il secondo elemento è il modo di pensare, i valori condivisi. Qui sta la nostra seconda debolezza: troppo spesso, a riguardo di un professore che “sistema” allievi, parenti e amici, non è raro sentir dire, con malcelata ammirazione: «Quello lì è uno potente».

 

Anche per le dimissioni è un po’ la stessa cosa. Quali sono qui gli incentivi? Prima di tutto le norme della legge elettorale. Se questa permette davvero agli elettori di scegliere tra candidati diversi, un politico poco limpido rischia di non essere eletto e di far perdere voti al suo partito. La nostra attuale legge elettorale, invece, mette i partiti politici totalmente nelle mani dei loro vertici. Gli esponenti di partito, parlamentari in testa, devono allora rispondere soprattutto ai loro superiori, da cui il loro futuro dipende. Con il rischio che le dimissioni dipendano dalla capacità degli accusati di ricattare i loro leader.

 

A questo punto l’unica speranza sta nei valori della gente comune. Se questi fossero pronti a punire i partiti che si presentano con un’immagine poco pulita, alla fine i politici dovrebbero piegarsi. Il guaio è che oggi gli elettori italiani sembrano comportarsi come i tifosi di calcio, che vogliono comunque la vittoria della loro squadra, senza troppo preoccuparsi se prima del gol il loro campione ha dato un’aggiustatina alla palla con la mano, e magari un dirigente della squadra ha pagato l’arbitro. Ma la disattenzione alle regole prima o poi un Paese la paga.

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