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Cultura > Riflessioni

Duns Scoto ed io

di Giovanni Casoli

- Fonte: Città Nuova

Se tutta la nostra scienza è solo ignoranza organizzata, come conoscere?

Socrate e Platone sono due autentici genii filosofici, mentre Aristotele mi pare piuttosto un grande classificatore di concetti, che ha lasciato in eredità al cristianesimo. Questo viene di colpo vivificato e rinnovato da tre grandi: Dante, Francesco d’Assisi e Giovanni Duns Scoto, tra loro praticamente contemporanei. Non per caso Duns Scoto è francescano, Dante lo è in buona parte e tutti e tre convergono in un cristianesimo evangelicamente libero da incontrollato potere e sapere, riconquistando il non-sapere di Socrate, sapiente insipienza, e la “povertà” illuminatrice del “poverello”.

Soffermandomi su Duns Scoto mi sembra di vedere un’immensa scoperta autenticamente filosofica, prima impossibile agli alunni del classificatore Aristotele: la scoperta dell’insufficienza, anzi dell’erroneità delle categorie; queste classificano la realtà, il mondo, tutto, secondo identità schematiche e appartenenze rigide. Facciamo esempi: si può dire: il sasso, la pianta, l’animale, l’uomo, ecc., credendo di conquistare una conoscenza che è invece occultatrice, disorientatrice e ingannevole. Infatti “il sasso” non è “un sasso” e così vale per la pianta, l’animale, l’uomo; ma altrettanto vale per un sasso, una pianta, un animale, un uomo, ecc., che attraverso i loro articoli categorici, determinativi o indeterminativi, ci fanno conoscere niente, ovvero il fatto che noi così non conosciamo, ma solo classifichiamo e riponiamo i concetti aristotelici nel cassetto dell’ignoranza ripetitrice del nulla di “il” e “un”.

Tutta la nostra scienza allora ci appare, se siamo onesti, solo ignoranza organizzata: io non saprò mai cosa è questo sasso se non abbandono la falsa idea di “il” e “un” sasso. E qui ci salva il socratico, platonico e francescano Duns Scoto, dicendoci che non conoscerò il sasso o l’uomo finché non li percepirò come questo sasso, questo uomo. Ma devo farlo non unendo subito a “questo” il sasso o l’uomo; potrei ricadere indietro nelle categorie. Devo invece passare per l’affermazione di “questa cosa qui”, che non mi dice cosa sono il sasso e l’uomo ma me li mostra.

“Questa” è in latino “Haec”; il suo puro essere senza predicati è l’essere questa, la questità: in latino “haecceitas”. Senza haecceitas, senza questità un essere non è questo essere, e perciò la conoscenza non è conoscenza, ma solo classificazione astratta. Se io so che un certo uomo si chiama Paolo o Giovanni, io non ne so niente perché i Paolo e i Giovanni sono moltissimi, a me ignoti, tranne uno di cui so che esiste e che magari ho visto una volta di sfuggita. Io saprò qualcosa di questo Paolo solo quando incomincerò ad accettarlo come uno che voglio o devo conoscere, per una o mille ragioni esistenziali; quando egli diventerà per me questo Paolo qui.

Da questa fessura nella nostra ignoranza passa la meraviglia di ogni vera conoscenza. Il Cantico di Francesco, il canto XXXIII del Paradiso, la stessa contemplazione di Duns Scoto se ne illuminano.

Vedere il mondo, e se stessi, sub specie haecceitatis, trasforma ogni visione e ogni relazione con se stessi e con tutti gli esseri presenti, passati e futuri. Perciò all’inizio di questa riflessione mi sono ricordato di un verso di una mia poesia che dice: «Ogni essere ha la sua verità o nessuna».

Duns Scoto ed io… un po’ ci conosciamo!

 

 

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