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Cultura > Arte e Spettacolo

Due vite per caso

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Chi sta dalla parte dei giovani? Triste, ma non angosciante, il film è una domanda e una denuncia.

Due vite per caso (Lorenzo Balducci)

Matteo, ventiquattro anni, fioraio, non ha prospettive. Una sera, tampona una macchina. È della polizia. Da quel momento, si trova a vivere non una, ma due vite. Alessandro Aronadio, per la sua opera prima – presentata a Berlino 2010  –, sceglie una storia double face per fare un suo discorso, amaro, sui giovani d’oggi e la loro precarietà. Psicologica, affettiva, lavorativa.

 

Il film gira intorno alla storia del ragazzo dal doppio esito possibile, intrecciandone le fila in continuazione.

Due sono le ipotesi. Matteo tampona la vettura della polizia. I poliziotti lo picchiano, finisce male. Ha una ragazza, ma è un rapporto fragile, un amico sincero; c’è un tizio di Praga che, come un demone malefico, lo tenta con la violenza. Oppure: Matteo non tampona la polizia, fa il carabiniere pur di darsi “una mossa”, diventa una macchina da guerra, spara.

 

Cosa si salva in questa vita, comunque debole, sommessa e sottomessa ad una rabbia che poi può, all’apparenza inspiegabilmente, esplodere? Per fortuna la famiglia funziona – una novità nei film sui giovani –, il rapporto padre-figlio è semplice e sincero, l’amico è autentico.

 

Non basta. Siamo tutti vittime del caso, della fatalità dice Aronadio, in un lavoro vorticoso che comincia bene, poi si aggroviglia su sé stesso, ma è scritto con efficacia, con dialoghi che fan pensare, ben recitato da un cresciuto Lorenzo Balducci e da tutto il cast, in cui si situa una breve apparizione di Isabella Ragonese.

 

Il caso, il destino, il fato governa dunque la nostra vita? E chi sta dalla parte dei giovani? Non certo le istituzioni, sembrerebbe dire il regista, e meno male che c’è la famiglia, ancora. Aronadio è durissimo con una società che vuol spegnere la giovinezza e i suoi sogni nel volto di Matteo, i cui occhi spesso sgranati rappresentano un enorme punto interrogativo sul futuro giovanile.

 

Triste, ma non angosciante, il film è una domanda e una denuncia. Colori solari, il mondo dei fiori che dovrebbe dare gioia si alterna a notturni affranti in discoteca e corse in auto buie. Non c’è pace insomma per i giovani, conclude Aronadio, con una commozione inespressa.

 

 

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