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Cultura > Teatro

Due teatranti per quasi una vita

di Giuseppe Distefano

Ciò che resta di noi è ciò che gli altri ricordano nel tempo che a loro resta. Biografia di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, coppia sulla scena e nella vita

Foto di scena

Una vita per il teatro. Forse è la frase più scontata, ma di sicuro più appropriata per parlare di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, coppia legata da 60 anni nella vita e nell’arte, che ora si racconta forse per il bisogno di fare un bilancio delle loro esistenze inseparabili; forse per restituire in altro modo quel bagaglio di arte cresciuto e accumulato negli anni in quel luogo appartato della provincia Toscana che è stato e continua ad essere il Teatro di Buti; o forse solo per esorcizzare quella parola sempre difficile da pronunciare, morte o dipartita, che presto o tardi arriverà per tutti, affinché possa trovarli preparati al trapasso per “chissà dove”.

Spettacolo: "Quasi una vita"

E Scene da chissàdove è il sottotitolo di Quasi una vita, che il regista Roberto Bacci insieme al drammaturgo Stefano Geraci, loro amici e colleghi, ha costruito sulla matura coppia, sulla loro storia, entrando nell’intimità di ricordi e riflessioni ad alta voce, raccogliendo confessioni a cuore aperto, e collocandoli, indifesi, sulla scena a risvegliare il loro vissuto, a rievocare sussulti e respiri, voci e pensieri nascosti, dubbi e certezze, gesti e sguardi catturati nella memoria e sul nascere del momento teatrale. E così dare corpo ancora una volta al loro essere attori, protagonisti umili e appassionati di quel teatro che li ha espressi, modellati e forgiati e del quale si sono nutriti.

Spettacolo: "Quasi una vita"

Quel teatro frutto di un sodalizio storico e artistico iniziato proprio con Bacci che risale ai fertili e innovativi anni ’70, ispirato al Living Theater di Judith Malina e Julian Beck, all’Odin e a Grotowskj: una militanza artistica cresciuta a Buti che ha sortito poi la nascita del Centro di Ricerca Teatrale di Pontedera. Nel racconto biografico intercorso per intraprendere questo viaggio teatrale intessuto di ricordi di giovinezza e ora di vecchiaia, sono nati interrogativi da condividere col pubblico: «Cosa resta delle nostre vite quando ci volgiamo indietro e ci chiediamo: cosa abbiamo combinato? E il teatro ci concede un tempo per intravedere un disegno nei passi che abbiamo compiuto e che casomai abbiamo calpestato maldestramente senza neanche accorgercene?».

Spettacolo: "Quasi una vita"

Accompagnati da quattro figure in bianco – angeli, dèmoni, voci della coscienza, spiriti dell’aldilà – che a turno o insieme a tratti li sostengono, puntellano, provocano, assistono, dando voce ai loro pensieri e dialogando con essi, i due condividono una panca. Qui, nel mezzo della scena illuminata circolarmente come una pista da circo e somigliante a un limbo, a luogo di passaggio o ad una sala d’attesa, essi siedono come due innamorati che, guardando lontano, aprono il flusso dei ricordi: del loro primo incontro, della dolcezza del primo bacio, dei sogni della giovinezza e dei progetti, mentre le mani si accarezzano timidamente e la testa di lei si reclina sulla spalla di lui.

Spettacolo: "Quasi una vita"

Irrompe improvviso il “teatro nel teatro”, la finzione, la recita, la consapevolezza di essere ancora una volta sul palcoscenico, truccati, a vestire i panni di altri, di un Faust o di un Amleto, e scoprire che certe parole appartengono al loro stesso vissuto, che immedesimarsi significa vivere le stesse voci dei personaggi in uno scambio di arte e vita, in una dimensione di sonno e veglia. Come è il teatro. Tutto converge nella visione di una porta, unico elemento scenico. Ha due battenti retti da una sola anta. Quando si chiude si apre. Bocca che inghiotte o ingresso in un chissà dove. «La porta, una volta, bastava a decretare un destino», vien detto. «Ecco una buona opportunità per rimediare a quell’attimo sbadato in cui, chiusa la porta alle nostre spalle, ci voltiamo a vedere cosa abbiamo combinato, ed è troppo tardi. Questa porta ci concede un tempo supplementare, perché, come dice il poeta: “il teatro ci dà un altro tempo, ha altre vite da vivere”».

Spettacolo: "Quasi una vita"

Luogo di apparizioni, quella porta assurge a simbolo di quel «… paese inesplorato da cui nessuno è mai tornato, che fa preferire i mali che conosciamo al volo verso altri che sono ignoti». E la paura dell’ignoto cede posto, infine, al silenzio e alla notte, rischiarata da una grande luna e da grandi stelle che si accendono dietro i teli della parete teatrale. Se la messinscena risente di un debole amalgama tra i due interpreti principali e le quattro figure che li accompagnano; e mentre di Giovanna viene troppo poco evidenziata, rispetto a Dario, la dimensione teatrale, rimane la toccante testimonianza di due esseri umani, e del loro amore. Per la vita e per il teatro. Amore ancora da vivere e da (ri)scoprire. E non ancora un congedo.

 

“Quasi una Vita. Scene dal Chissàdove”, drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci, regia, scene e costumi  Roberto Bacci, con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini, interventi sonori a cura di  Ares Tavolazzi, luci Valeria Foti. Produzione Fondazione Teatro della Toscana. A Firenze, Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci, per Fabbrica Europa, dall’11 al 13 maggio.

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