Due situazioni difficili di matrimonio e sacramenti

“Chi è separato o convive, può fare da padrino o madrina al battesimo o alla cresima?” Occorre distinguere la situazione di un separato da quella di un convivente. Non possono essere messe sullo stesso piano. In casi estremi, dopo che si sono fatti tutti i tentativi per ricomporre l’armonia familiare, anche la chiesa cattolica ammette la separazione.Tuttavia questa scelta prevede l’impegno di mantenersi fedeli ed eventualmente di verificare la possibilità di riprendere in futuro la vita col proprio coniuge. Per questi separati (impegnati a vivere cristianamente), non esiste alcun impedimento per l’ammissione ai sacramenti, né per lo svolgimento dei vari ministeri. Anzi la comunità cristiana è in dovere di offrire solidarietà e sostegno a chi è stato abbandonato, perché l’accettazione della solitudine e la scelta della fedeltà al sacramento costituiscono una particolare testimonianza di fronte alla chiesa e all’umanità (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1649). Ben diversa è la situazione di convive o di chi è sposato civilmente o dei divorziati risposati: questi di fatto “si trovano in una situazione che oggettivamente è in contrasto con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali”. Così si esprime il Catechismo della Chiesa cattolica al n.1650. Per quanto riguarda i “padrini” (come del resto per i genitori che chiedono il battesimo), questi non svolgono un compito di semplici “testimoni”, ma sono chiamati ad essere educatori nella fede e devono costituire un esempio di vita cristiana. I padrini devono essere scelti in coerenza con l’ideale evangelico. Non si tratta di dare un giudizio sulla singola persona, ma è la loro situazione oggettiva che contraddice l’ideale cristiano. Tuttavia la comunità cristiana e i sacerdoti in particolare, come dice il Catechismo al n. 1651, “devono dare prova di attenta sollecitudine nei loro confronti, affinché non si considerino come dei separati dalla chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati”. Si tratta quindi di un bell’impegno perché, anche per questa pastorale familiare, ci siano delle comunità vive e accoglienti. A volte è proprio una richiesta di poter fare da padrino che dà l’occasione di riprendere i contatti con la comunità cristiana. “Si può negare il battesimo ad un bambino se i genitori sono conviventi? “. Per dei genitori cristiani è un diritto e un dovere chiedere il battesimo per il proprio figlio. Come per tutti i sacramenti, anche in questo caso, per riceverlo, occorre la fede. Ai genitori viene chiesta esplicitamente “la professione di fede” prima di amministrare il battesimo per il loro figlio. Questi esprimono anche delle “promesse” che richiedono la pratica della vita cristiana. Inoltre i genitori sono chiamati ad essere i “primi testimoni della fede per il proprio figlio, con la parola e con l’esempio” come sottolinea lo stesso rito battesimale. Se i genitori conviventi chiedono il battesimo per il loro figlio, stanno dando un segnale di fede, magari debole, ma vera. Se essi desiderano educare cristianamente i loro figli, bisognerà aiutarli, cercando tra i loro parenti e nella comunità cristiana persone capaci di accompagnarli in un cammino di fede. Potranno così conoscere ed apprezzare la grazia anche del sacramento del matrimonio. In questi casi è bene battezzare il loro figlio. È risaputo come in qualche nazione in cui era vietato professare la fede, siano state le nonne a far battezzare i propri nipoti. Comunque, aldilà delle norme e attraverso le norme stesse della chiesa, tutti dobbiamo collaborare per far scoprire e sperimentare che Dio è Amore, soprattutto quando queste persone sono particolarmente segnate dalle prove della vita.

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