Due cartoline da Venezia

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Satiri, Centauri e Pulcinelli… Non è carnevale, ma Venezia è popolata di: pastori di parole e nuvole, cuccioli di angeli e apprendisti osservatori di labbra, monaci troppo allegri in improbabili tabarri, musicisti occasionali e strani ascoltatori obliqui, madonne trecentesche che camminano a braccetto ondeggiando sotto nuvole di capelli biondi… Tutti navigano leggeri senza fretta assaporando come antico liquore Il tempo fermo nelle calli e nei campielli Appena fuori dal traffico Subito sbucati sul mare… Poi, lentamente, tra le voci che han paura a dire a cantare troppo forte il tramonto si consuma come una reazione chimica tra il violetto e l’arancione verso Porto Marghera… Si va a letto tardi, stasera E sotto le coperte si sorride ancora: ora, che la solitudine non è più vera. Canal Grande Non mi interessa tanto parlare degli sprazzi di bellezza immediati e fulminanti delle più o meno note opere di cui questa città è costellata come un broccato finissimo… Oltre tutto ciò è la sua identità indefinibile che ti attrae e ti seduce. La pioggia di questa primavera umida e malata non turba se non incidentalmente l’esperienza che se ne può fare e che è stata per me, per noi, esperienza di spaesamento e di ritrovamento al tempo stesso. La natura tentacolare della sua struttura ti prospetta un labirinto e si rivela invece come l’intimità di un intreccio che – alfine – diventa familiare. Venezia – è stato detto – è una città che vive narcisisticamente della sua propria immagine duplicata nell’acqua. E questa autoreferenzialità, gratuita ed ostentata, quale vita estetica contro il lato pratico della vita, mi pare vera anche da un altro punto di vista: Venezia è una città-segno, dove tutto può diventare significante: per questo è una città eccessiva, che può saturare l’immaginario fino alla sua polarità decadente, sentimentale, ossessiva, sconfinando perfino nel kitsch… Ma proprio in questo eccesso Venezia si rivela, come Firenze, città- Anima, della quale non incarna tanto la forma perfetta e polita della culla del Rinascimento, della risorta Atene di Poliziano e Marsilio Ficino. Venezia, dell’anima, espone piuttosto le connessure, gli intrecci, i geroglifici, e quindi le sue storie, le narrazioni che costituiscono le nostre vite. Forse per questo Venezia ti prospetta un naufragio che scopri essere un ritorno, un ritrovamento oscuro ma certissimo, della nostra identità come narrazione.

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