Due anni, un’epoca

Quando avrà termine l’11 settembre? A due anni di distanza dal devastante attacco terroristico agli Stati Uniti, l’ombra di quella data è proiettata ancora sul mondo intero. Anche le nostre tranquille esistenze di cittadini italiani sono venate di timore per possibili attentati in cui trovarsi coinvolti. E di quel giorno dell’estate 2001 – passasse un secolo – ci ricorderemo con inossidabile memoria dove eravamo e cosa stavamo facendo quando ci raggiunse la notizia dei due aerei conficcatisi nelle Torri Gemelle. Non c’era da illudersi che, con la guerra al regime talebano in Afghanistan e la caccia ad Osama Bin La- den, la strategia e gli artefici del terrorismo fondamentalista sarebbero stati annientati in poco tempo e l’occidente avrebbe ripreso a vivere la sua frenetica corsa verso il benessere. Sappiamo com’è andata. E come sta andando. Una sequenza d’attentati ha lasciato una scia di sangue e consegnato un monito per le popolazioni di ogni latitudine: nessuno creda di sentirsi al sicuro. Quando, pertanto, qualche anatema viene scagliato contro l’occidente, i paesi più potenti entrano in fibrillazione. Il 21 maggio scorso Ayman Al Zawahiri, il medico egiziano braccio destro di Bin Laden, ha sentenziato che “ci sarà un altro 11 settembre: colpiremo i crociati e gli ebrei, che capiscono solo le bare e l’economia in ginocchio”. E alle minacce fa seguito troppo spesso qualche boato di grandi dimensioni, come si è visto a Giacarta nell’hotel frequentato da occidentali. Il 3 agosto il numero due di Al Qaeda si è rifatto vivo con una dichiarazione di guerra contro gli Usa e i suoi alleati, Italia compresa. “È bene – ammoniva Al Zawahiri – che l’America sappia che quanto è accaduto sinora erano solo scaramucce, il vero conflitto deve ancora iniziare”. Conferme al riguardo sono giunte da fonti del Dipartimento americano della sicurezza nazionale: “Nuovi possibili at- tentati suicidi realizzati con modalità analoghe a quelle dell’11 settembre saranno possibili durante l’intero corso dell’estate”. Quando perciò, la vigilia di Ferragosto, si sono diffuse le prime notizie del blackout in Nord America, nessuno ha pensato ad un guasto a catena della rete elettrica. Il governo, i mezzi d’informazione e l’opinione pubblica degli Stati Uniti hanno temuto – e tutto il pianeta con loro – che si trattasse di una nuova forma di terrorismo. “Gli Stati Uniti possono subire, entro il prossimo anno, un atto di megaterrorismo identico a quello dell’11 settembre”. È quanto si è letto a metà agosto nel rapporto sui paesi più a rischio di terrorismo mondiale elaborato dal World Market Research Center, un centro inglese di esperti che fornisce consulenze per imprese che vogliono investire all’estero. Gli Usa sono in compagnia di Colombia, Israele e Pakistan, con la Gran Bretagna quale primo paese europeo nel mirino dei possibili attentatori. Due giorni dopo, un camion-bomba devasta il quartier generale dell’Onu a Baghdad. Un segnale nuovo è arrivato. La scelta del luogo e l’intento di colpire l’ inviato del segretario dell’Onu rappresentano per gli osservatori “un escalation nella campagna di terrore e dimostrano le persistenti capacità operative degli attentatori”. Il sempre ottimista ministro della Difesa Usa Rumsfeld ha dovuto ammettere sconsolato, dopo la notizia dall’Iraq, che “i terroristi possono attaccare in ogni momento, in ogni luogo, e uccidere”. Da questa costatazione ha preso avvio negli Stati Uniti – per la prima volta dopo l’11 settembre 2001, evidenziano gli esperti – un’inattesa convergenza tra maggioranza e opposizione al Congresso americano su di un punto, che esprime il sentire della popolazione e trova il sostegno di autorevoli quotidiani come il Washington Post e il New York Times. Qual è il punto? Anzi, è un appello: bisogna riflettere, capire se e che cosa va cambiato nella politica estera americana, prima che sia troppo tardi. È, questa, una considerazione di rilievo alla luce di quanto è seguito dopo l’11 settembre di due anni fa. Quella data ha mutato il corso degli eventi. Ha innescato i conflitti bellici in Afghanistan e in Iraq, ha aperto (ma non chiuso) la caccia a Bin Laden e Saddam Hussein, con la conseguenza di compattare le varie fazioni del terrorismo fondamentalista. L’Onu ha mostrato tutta la sua fragilità, mentre si è aperta tra Usa ed Europa una crisi senza precedenti. In questo quadro di pesanti ombre, non va dimenticato il temuto scontro tra culture e religioni, tra islam e cristianità, dato per inevitabile. Se un tale pericolo è stato evitato, lo si deve alla ferma parola di Giovanni Paolo II, volta a scongiurare la logica della “guerra preventiva”, attuata con l’invasione dell’Iraq. I fedeli musulmani di qualsiasi latitudinehanno potuto recepire la condanna del papa per chi muoveva gli eserciti. È convinzione comune che i terroristi sono in grado oggi di dotarsi di strumenti di morte tanto potenti che un manipolo di kamikaze può mettere in ginocchio un intero stato. Rischi del genere possono essere fronteggiati solo da un processo di dialogo a livello internazionale tra i leader politici e di collaborazione tra i popoli. Inevitabile pensare ad un’Onu riformata e adeguata alle urgenze di un mondo nel secolo delle questioni planetarie e dei rischi globali. Un nuovo ordine mondiale bussa alle porte. Invita l’Europa a diventare soggetto politico sullo scacchiere mondiale, attenuando i personalismi nazionali. Sollecita gli Stati Uniti a coniugare la propria potenza economica e militare con la consapevolezza di un mondo inevitabilmente interdipendente. Spinge i due a guardare al pianeta nel suo complesso per affrontare insieme il divario Nord-Sud, la diffusione delle armi di distruzione di massa, la criminalità internazionale, il traffico di droga e di esseri umani. “La forza soverchiante degli Stati Uniti – afferma il sociologo tedesco Ulrich Beck – può rendere effettivo un nuovo ordine se, e solo se, gli Usa saranno parte integrante di questo ordine, così come sono stati parte integrante del precedente ordine della guerra fredda”. Due anni difficili, questi ultimi. Ma proprio per questo hanno seminato in tanti la convinzione che l’umanità è accomunata da uno stesso destino, come passeggeri sulla stessa nave, come componenti dell’unica famiglia umana. O tutti si salvano, o nessuno ha scampo. Avvertiva Gandhi con un’intuizione geniale: “Non posso ferirti senza farmi del male”. Delle dichiarazioni d’intenti c’è sempre da dubitare, ma qualche volta ravvisano doveri irrinunciabili. È perciò degno di attenzione quanto intercorso in giugno tra personalità politiche statunitensi e europee nell’intento di sottolineare l’importanza del legame transatlantico. “Nessun problema importante nel mondo può essere risolto – si legge nel testo spedito dagli esponenti del Vecchio Continente – senza l’impegno congiunto di Stati Uniti ed Europa “. Cosicché “sarebbe un grave errore proprio per i paesi che hanno allacciato stretti legami cinquanta anni fa, quando l’interdipendenza era quasi inesistente, allentare questi preziosi vincoli nell’era della globalizzazione”. Con il blackout da New York a Toronto abbiamo scoperto che la superpotenza Usa dipende per l’illuminazione dei suoi stati più ricchi da una grande cascata canadese. Nessuno basta a sé stesso. Per questo ci sembra ricca di significati un’iniziativa (ne parliamo a fianco) che si terrà negli Stati Uniti, a Filadelfia, il prossimo 12 settembre. Sì, proprio il giorno dopo la fatidica data, per guardare avanti con fiducia. Ma ad una condizione: passare dalla logora logica dell’indipendenza alla nuova consapevolezza dell’interdipendenza. BARBER E L’INTERDIPENDENZA NON CI SALVIAMO PIÙ DA SOLI Né il luogo, né la data sono casuali. Filadelfia, nello stato americano della Pennsylvania, è carica di valore simbolico perché lì fu firmata, il 4 luglio 1776, la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti dall’Inghilterra e nel 1787 la convenzione che portò alla Costituzione e al primo Governo Usa. Il giorno è il “giorno dopo” l’11 settembre. La sede è quella prestigiosa della Società americana di filosofia, fondata nel 1743 da Benjamin Franklin. Il convegno ruoterà attorno al tema “Dall’indipendenza all’interdipendenza” e vedrà la partecipazione di personalità internazionali dei vari schieramenti. L’intento è quello di celebrare il 12 settembre la “Giornata dell’Interdipendenza” e varare una “Dichiarazione di Interdipendenza”, incoraggiando i cittadini di tutto il mondo a cogliere in questo periodo di terrorismo un’opportunità per il rinnovamento civico e la cooperazione globale. Il prof. Benjamin R. Barber, docente all’università del Maryland e animatore di iniziative per lo sviluppo della società civile mondiale e sulla democrazia sovranazionale, è l’artefice dell’appuntamento. Tredici libri al suo attivo, Barber, 63 anni, è noto per aver scritto nel 1995 il volume Jihad versus McWorld (La guerra santa contro il mondo Mc), ovvero gli estremisti contro i capitalisti, prefigurando uno scontro poi tragicamente confermato. Nella sua recente visita a Roma, abbiamo incontrato Barber. Professore, la logica dell’indipendenza ha fatto allora il suo tempo? “Quando ero bambino, la radio che ascoltavo era un prodotto americano, costruito da operai americani, controllato secondo gli standard americani e i profitti delle vendite andavano ad aziende americane. La mia radio di adesso ha un marchio americano, montata da un’azienda giapponese con parti costruite in Corea e operai di Singapore. Siamo nel mondo dell’interdipendenza, dove la sovranità americana non ha più un significato”. Secondo lei, gli Stati Uniti non se ne sono accorti? “Da cittadino americano mi vado chiedendo come mai il mio presidente è ancora convinto che siamo una nazione potente, che può fare una guerra unilaterale contro i terroristi e rendere l’America sicura dal resto del mondo. Non è una questione di giustizia o di morale, è una questione di efficienza, e la politica unilaterale di guerra al terrorismo non ha funzionato e non funzionerà. I talebani non ci sono più e Osama Bin Laden ancora c’è; Saddam Hussein non è più al potere e Al Queda è ancora viva e continua a colpire con le sue devastanti azioni terroristiche”. Qual è allora l’alternativa? “La sovranità non è più un principio sufficiente per salvaguardare la libertà.Abbiamo bisogno di una nuova politica e di un’etica consapevoli del processo di interdipendenza in corso.Va riconosciuto che l’interdipendenza non è l’aspirazione di un gruppo di idealisti, ma la cruda realtà del mondo nel quale viviamo. I terroristi lo hanno capito, così come i cartelli della droga, e altrettanto hanno fatto i capitalisti. Ora lo devono capire anche l’America, l’Europa e l’Italia”. La Dichiarazione di interdipendenza che firmerete offre indicazioni al riguardo? “La Dichiarazione di interdipendenza si basa sulla logica antica della Dichiarazione di indipendenza – ovvero che la libertà è legata all’indipendenza – ma la fonda sull’interdipendenza, perché adesso o tutti sono liberi o altrimenti nessuno è libero, tutti sono sicuri oppure nessuno è sicuro. I bambini di New York non saranno mai sicuri se non lo saranno anche i bambini di Bombay e di Baghdad. Questa è la logica dell’interdipendenza, e la Dichiarazione afferma che le nazioni e i popoli sono più liberi se operano insieme”. Nell’incontro con Chiara Lubich ha approfondito la relazione tra interdipendenza (che sta a cuore a lei) e fraternità (che motiva la Lubich). Soddisfatto delle conclusioni? “Chiara ha dato vita ad una realtà globale che ha implicazioni e caratteristiche sia spirituali che civiche. Oltre alle sue parole, sono rimasto colpito dalla sua comunità vicino a Roma che ho visto ieri. È un formidabile modello d’interdipendenza”. MESSAGGIO DI CHIARA LUBICH INTERDIPENDENZA E FRATERNITÀ Al convegno di Filadelfia del prossimo 12 settembre, quattro messaggi apriranno la riflessione comune, quello del segretario generale dell’Onu Kofi Annan, cui faranno seguito i contributi dell’ex presidente della Cechia Vaclav Havel, del confondatore di Solidarnosc Adam Michnik, di Chiara Lubich. Nel suo indirizzo di saluto, la fondatrice dei Focolari sottolinea: “La realtà dell’interdipendenza richiama un ideale a me molto caro, per il quale – assieme a molte persone di buona volontà impegnate nella politica, nell’economia e nei vari campi dell’agire e del sapere – ho deciso di spendere la mia vita: l’unità della famiglia umana”. All’indomani dell’11 settembre, ricorda, “molti di noi hanno avvertito l’esigenza di riflettere a fondo sulle cause, ma soprattutto di impegnarsi per un’alternativa vera, responsabile, decisa al terrore ed alla guerra. È stato, per me, un po’ come rivivere l’esperienza della distruzione e la sensazione dell’umana impotenza, nella città italiana di Trento, bombardata durante la seconda guerra mondiale”. “Analogamente in molti ci chiediamo oggi, a New York come a Bogotà, a Roma come a Nairobi, a Londra come a Baghdad, se sia possibile vivere in un mondo di popoli liberi, uguali, uniti, non solo rispettosi l’uno dell’identità dell’altro, ma anche solleciti alle rispettive necessità. La risposta è una sola: non solo è possibile, ma è l’essenza del progetto politico dell’umanità. È l’unità dei popoli, nel rispetto delle mille identità, il fine stesso della politica, che la violenza terroristica, la guerra, l’ingiusta ripartizione delle risorse nel mondo e le diseguaglianze sociali e culturali sembrano oggi mettere in discussione”. Per la Lubich, “La politica non avrà raggiunto il suo scopo, non ha avrà mantenuto fede alla sua vocazione fino a quando non avrà ricostituito questa unità e guarito queste ferite aperte nel corpo politico dell’umanità”. Si chiede tuttavia: “Come raggiungere questa meta così impegnativa, che sembrerebbe al di sopra delle nostre forze? L’idea stessa dell’interdipendenza suggerisce che Libertà ed Uguaglianza, dinanzi alle sfide del presente e del futuro dell’umanità, non sono da sole sufficienti. La nostra esperienza ci insegna che c’è bisogno di un terzo elemento, lungamente dimenticato nel pensiero e nella prassi politica: la Fraternità. Senza la fraternità, nessun uomo e nessuno popolo sono veramente e fino in fondo liberi ed eguali. Uguaglianza e libertà saranno sempre incomplete e precarie, finché la fraternità non sarà parte integrante dei programmi e dei processi politici in ogni regione del mondo”. Suggerisce agli interlocutori: “Il nome della città in cui vi trovate – Filadelfia – non evoca, esso stesso, un programma di amore fraterno? È la fraternità che può dare oggi contenuti nuovi alla realtà dell’interdipendenza”. Chiara infine invita a passare dalla riflessione all’azione: “Ecco perché un mondo sempre più interdipendente ha bisogno di politici, di imprenditori, di intellettuali e di artisti che pongano la fraternità – strumento di unità – al centro del loro agire e del loro pensare. Era il sogno di Martin Luther King, che la fraternità diventi l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo “.

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