Dove vive la poesia

La vera arte non è rivolta a sé stessi ma a dire il mondo, cioè è rivolta a Dio.
simboliche poesia
In Italia come altrove molti sono "poeti" perché i poeti invece sono pochissimi. Infatti c’è un grande equivoco sulla poesia, sia per il suo linguaggio che per il suo uso: si crede che la sua intensità venga dai sentimenti (o dalle emozioni, come dicono oggi gli sciagurati), mentre deriva unicamente da un terremoto del linguaggio provocato dal terremoto della vita nell’animo predisposto; basta leggere un vero poeta per capirlo. E si crede che la poesia serva a qualcosa oppure che non serva. Ma la poesia non serve, regna.

 

Il problema è che viviamo nel vedere-essere visti, cioè nel voyeurismo massmediale, mentre la poesia non dice il detto ma l’indicibile, come la pittura non mostra il visto ma l’invisibile, la musica non suona l’udito ma l’inaudito. La poesia dice l’invisibile delle parole.

 

Oggi è difficile capirlo perché siamo immersi nel soggettivismo narcisistico, per cui l’arte consiste nell’"esprimere sé stessi": doppio errore, perché sé stessi non si è mai definitivamente nell’aldiqua e quindi non si può fondare l’arte nell’incompiuto; e perché l’arte non è rivolta a sé stessi ma a dire il mondo, cioè è rivolta a Dio. Lo capì da genio T.S. Eliot nel 1919 in Tradizione e talento individuale, scrivendo che la poesia non è espressione della personalità ma fuga da essa e sua "estinzione", aggiungendo che solo chi ha personalità sa cosa sia e cosa valga fuggirne, diventare poesia-mondo innestata nella poesia di tutti i tempi.

 

Così si può capire che essa vive di scomparsa e di "morte". Ora mi viene facile parlare di due poetesse liguri che nel morire a sé stesse hanno trovato la loro misura di verità. Margherita Faustini, scomparsa recentemente, ha fatto poesia attraverso l’impoverimento spirituale nel quotidiano e nell’essenziale, quello che consiglia, beatificandolo, il Vangelo, e di cui è simbolo la tenera erba che buca l’arcigno asfalto. In questo modo ha potuto e saputo dare voce e umile gloria alle "opposte vicende" e alle "opposte preghiere" dell’umanità sempre affinata dalle diverse sofferenze come i rematori dalla fatica del viaggio, divisa e unita da peculiari vicissitudini, discorde e convergente attraverso la vita nel suo esito ultimo, unico.

Lo testimonia ora anche la bella antologia di prose e versi che la Fondazione Mario Novaro (editore Le Mani) le ha dedicato, con molti interventi critici e da cui vorrei trarre un’egregia auto-presentazione in vista del transito da questo mondo:

 

«Figlio, se non ami la vita, / non potrai procedere / sereno / nella morte»; «Chiederò alla Signora / di concedermi l’ultimo sogno: / consumare la frettolosa cena / in una baita accerchiata dal silenzio. / (…) Trascorrerò l’ora in solitudine con Dio».

 

Rosa Elisa Giangoia il terremoto della poesia lo ha raggiunto in quello del suo lungo distacco dallo sposo ammalato inguaribilmente. Evitando con «dignità sapiente» (A. Spadaro nella prefazione a Sequenza di dolore, Fara Editore) Scilla e Cariddi, cioè attenuazione e drammatizzazione, ha toccato, appunto per privazione e rinuncia («vuoto ascendente») punti di autentica poesia, che poi significa: cose non dette prima, acquisti duraturi e finali.

Mi limito a citare i più fiammanti, senza commento, e crudamente stralciando, affinché il lettore tocchi la genesi, l’evento poetico:

 

«Mentre io ammiravo / il tuo esercizio per diventare / capace di morire»; «attraverso le lacrime / atteggiate a sorriso scambievole»; «avrei voluto inventare / una nostra personale / cerimonia di congedo / nell’ansia che restasse / tra noi qualcosa di non detto»; «bisogna prendere dalla vita / le parole per dire la morte / che non ha parole»; «nella vita coglie la verità / chi non è inesperto di sofferenza, / perché attraverso il soffrire / l’invisibile si fa visibile»; «mentre io semino ovunque il mio amore / perché ovunque tu possa trovarlo».

Anche Rilke aveva capito che la vera poesia consiste, anzi vive nel far nascere dal visibile l’invisibile (nona Elegia Duinese), perché il visibile non è altro che l’esca dell’eterno.

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