Dove va l’Europa ?

C’era da aspettarselo. Poco più della metà dei votanti della piccola Irlanda, e cioè meno dello 0,5 per cento dei cittadini dell’Unione europea, ha cancellato con un solo colpo di matita il Trattato di Lisbona, cioè il nuovo testo base dell’Unione. Vanificando il lavoro compiuto fin qui dalla maggior parte dai governi dei 27 Paesi membri, che hanno sottoscritto regole condivise per fare un passo avanti nel cammino dell’in – tegrazione. Per carità: avevano tutto il diritto di dire no, e gli è stato riconosciuto. Ma che qualcosa nella struttura dell’Unione, così come si configura oggi, non funzioni, lo si costata da tempo, e il verdetto irlandese rappresenta soltanto la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una corsa ad ostacoli, certo, è stata sempre quella dell’Europa unita, che l’entusiasmo dei primi anni ha consentito di superare ogni volta. E ogni volta i traguardi raggiunti, anche a stento, hanno segnato grandi progressi soprattutto economici. Si pensi alla forza del Mercato unico, alla libera circolazione delle persone, all’omologazione via via crescente di leggi e di normative. Si pensi alla moneta unica, scudo di difesa provvidenziale nei momenti più critici di burrasca come quello che stiamo attraversando. In questi cinquant’anni, alla sostanziale omogeneità culturale ed economica dei primi sei Paesi fondatori, si è via via venuta aggiungendo una maggiore varietà nel sentire dei nuovi soci, ai quali sono stati concessi periodi più o meno lunghi di adeguamento ai parametri economici minimi ritenuti indispensabili per accedere all’Unione; e a molti dei nuovi venuti sono stati offerti sostanziosi aiuti. Proprio l’Irlanda ha beneficiato più di altri di questi aiuti per raggiungere quella floridezza economica che oggi le consente di voltare le spalle così disinvoltamente all’ultima proposta di fare un modesto passo in avanti nel comune percorso accettato dagli altri partner. E tuttavia ci si rende conto che non è su questa strada delle recriminazioni che si può procedere, ma che qualcosa deve cambiare. Aumenta infatti il numero di quanti ritengono si debba pensare concretamente a quel doppio binario del quale, fin dall’inizio ci si trovò a discutere, quando era la Gran Bretagna a volere e non volere essere della partita. Non è forse vero che la Norvegia a un certo punto se n’è andata, che la Danimarca ha minacciato di seguirla, e che la Svizzera ha rifiutato a suo tempo con un referendum di aderire all’Unione? Certo non siamo a questo punto con l’Irlanda, ma neppure si può pensare che l’imperativo dell’unanimità possa frenare indefinitamente il cammino già troppe volte ritardato dai capricci di pochi. Converrà dunque che gli gnomi che sanno preparare le difficili alchimie costituzionali, si impegnino, sulla scorta delle indicazioni politiche, a studiare come sia possibile fare avanzare il convoglio europeo, magari suddividendolo in più tronconi che procedano a differenti velocità. In modo che, come già si è fatto per l’euro, se qualcuno vuole sostare ad una stazione, possa proseguire sul convoglio successivo senza costringere tutti ad aspettare i suoi comodi. Varie voci autorevoli si sono levate a fare proposte in questo senso, a cominciare dal nostro presidente Giorgio Napolitano, fino al prof. Mario Monti, il quale propone che l’alternativa da sottoporre con un nuovo referendum ai Paesi che rifiutino di approvare il Trattato di Lisbona, sia: Volete che il vostro Paese continui a far parte dell’Unione europea con le nuove regole che la stragrande maggioranza dei Paesi ha ritenuto di darsi? Oppure preferite lasciare l’Ue?. Oggi tutti convengono che c’è un grosso deficit di informazione, da parte dell’Unione, ma anche da parte dei singoli governi, e nessuno ci spiega più dove ci troveremmo in termini di svalutazione delle nostre fragili monete nazionali se non esistesse l’euro. Anche al recente Consiglio di Bruxelles, molti capi di Stato e di governo dell’Ue, pur gettando acqua sul fuoco, hanno rimarcato il proprio disappunto: ancora l’Europa non ha una politica comune sulla difesa, sull’immigrazione, sui problemi energetici, mentre è sopraffatta dalla propria burocrazia. Si capisce come gli euroscettici cavalchino questo scontento con malcelata soddisfazione. Mentre fra chi vuole che l’Europa affretti il suo cammino, un’altra convinzione si fa strada: basta con le nuove adesioni all’Ue, almeno finché, chi già è dentro, non dimostri di trovarcisi bene, condividendone le regole di convivenza, in compagnia di quanti in questo consorzio ci vivono volentieri.

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