Dove il cristianesimo è frontiera

Se c’è una città al mondo dove il cristianesimo ha conosciuto la gloria, per poi scivolare nell’oblìo per via della politica, questa è Istanbul, già Bisanzio e già Costantinopoli. Proprio qui, non a caso, sul volgere di novembre che festeggia Andrea l’apostolo, quaranta vescovi amici dei Focolari si sono dati convegno per momenti di dialogo, di preghiera e di visita, ma soprattutto per ripetere l’esperienza delle comunità dei primi tempi del cristianesimo, esistenti solo in quanto avevano la presenza dell’ancor vicino Maestro. Titolo del convegno: ‘Dove due o più sono uniti nel mio nome…’ (Mt 18, 20). La presenza di Cristo in mezzo ai suoi e il dialogo della vita. Tra il passato glorioso delle pietre, il presente difficile di piccole chiese e il futuro profetico di una chiesa-comunione. Il passato glorioso delle pietre (e delle reliquie) Partenza mattutina dal porto di Yenikapi, sul Mar di Marmara, verso I . znik, l’antica e gloriosa Nicea. L’aria cristallina e nevosa rende lo specchio d’acqua un tappeto dai riflessi blu come le ceramiche tipiche della città che è la nostra meta. Dal porto di Yalova I . znik-Nicaea dista un’ora d’auto: la neve copre brutture e brullure. Una modestissima cittadina dal carattere agricolo, salvo i pochi laboratori ancora esistenti di ceramiche è ora I .znik, nonostante sia stata bellezza architettonica e potenza politica. Fu capitale estiva dell’impero d’Oriente, fino al culmine del 325 dopo Cristo, quando Costantino la scelse come sede di quel primo concilio di Nicea che stabilì i fondamenti cristologici e trinitari del cristianesimo, poi inclusi nel Credo niceno-costantinopolitano, la cui redazione fu completata nel 381 al Concilio di Costantinopoli. È nella chiesa dedicata all’Aghia Sophia, dove nel 787 si tenne il settimo concilio di Nicea, che i vescovi si riuniscono per una celebrazione ecumenica. La chiesa è poco più d’un rudere, eppure l’atmosfera ha qualcosa di straordinario e sacro. Si legge il Credo nell’originale greco, poi i vescovi pronunciano un patto di reciprocità impegnativo: amare l’altro come sé stesso, ma anche le sue gioie e le sue croci, il che è forse meno evidente. Pronti a dare la propria vita per l’altro. Appare comunque come la chiesa stia nella presenza di Gesù in mezzo ai suoi. I muri possono crollare, ma essa rimane nella sua natura di comunione. Così la foto emblematica di questo in- contro rimarrà quella scattata nell’abside dell’Aghia Sophia, dopo gli abbracci che hanno sigillato il patto, sottoscritto da ognuno dei presenti poggiando il foglio su un moncherino di colonna di origine bizantina. Non si può soggiornare a Istanbul senza visitare la grande spianata di Sultanahmet: la grande Aghia Sophia, Aghia Irene, la Moschea blu. È un pellegrinaggio nella storia in questa città cosmopolita e cosmoreligiosa. Curiosamente, l’unico luogo in cui è consentito pregare non è Aghia Sophia – ora museo statale -, né Aghia Irene – ora sala da concerto -, ma la Moschea blu, tutt’ora luogo di culto, islamico naturalmente. Aghia Sophia non è più di nessuno, di nessuna religione. È di tutte. Gli spazi sono così perfetti e maestosi ed insieme intimi da spingerti a metterti in ginocchio. Ma non si può farlo. Infine, Aghia Irene, la prima chiesa costruita a Costantinopoli. Un gioiello di nudità e di sapienza architettonica. Anche di mistica, di spoliazione totale di fronte a Dio. Commenta l’arcivescovo siro-ortodosso di Aleppo, Gregorios Yohanna Ibrahim: Mi sono commosso in queste due visite – Nicea e Costantinopoli -, rendendomi conto che proprio queste pietre sono state testimoni della nascita della fede cristiana matura, definitiva direi. Una fede che costruisce le sue chiese con le pietre vive che noi siamo, e non con quelle dei muratori. Sentimento condiviso. Nel pellegrinaggio ai luoghi santi del cristianesimo d’Asia Minore, i vescovi amici del focolare partecipano alla grande gioia della Chiesa grecoortodossa – e della chiesa universale verrebbe da dire -, per l’arrivo delle reliquie dei santi Gregorio il Teologo (o Nazianzeno) e Giovanni Crisostomo, che il papa ha deciso, in occasione della festa di Sant’Andrea, di riconsegnare con un gesto che ha il sapore della riconciliazione. La traslazione qui assume significati straordinari, per via della sensibilità profonda alla dimensione anche corporea del mistero cristiano, così presente nella tradizione ecclesiale orientale. La chiesa del Fanar è zeppa per i tre momenti dei festeggiamenti, e la ressa attorno alle urne di vetro contenenti le reliquie ha momenti di forte intensità emotiva. Un tempo propizio per verificare se il patto stretto tra di noi a Nicea era vero, se cioè fossimo capaci di amare la chiesa altrui come la nostra, dice un vescovo evangelico-luterano, Christian Krause. E aggiunge: Nello scambio di doni tra chiese diverse, ho colto come mai il valore simbolico delle liturgie orientali, così lontane dalle nostre, ma così intense. Mi sento arricchito. L’arduo presente di piccole chiese (ed energici patriarchi e metropoliti) Mesrob II è il giovane e dinamico patriarca della Chiesa armeno-apostolica di Turchia. Riceve con semplicità e squisita attenzione i quaranta vescovi nella sua sede patriarcale. Nell’attigua cattedrale i vespri vengono cantati da due cori di profonde voci maschili che portano l’uditorio indietro nei secoli, nella storia di questa chiesa-martire, non solo e non tanto per le vicende che hanno contrapposto il popolo armeno e quello turco tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. L’oro, la porpora e il carminio rendono l’incontro una festa di luci e di colori nel cuore di un quartiere popolare e popolato dove vive e sopravvive una nutrita comunità armena – qui in Turchia sono quest’oggi circa 60 mila, mentre all’inizio del XX secolo erano addirittura cinque milioni. Visitare le diverse chiese a Costantinopoli – dice l’arcivescovo di Praga, il card. Miloslav Vlk, tra i principali promotori del convegno – non è turismo spirituale, ma un passo verso l’unità, per cercare di permettere tra noi la presenza di Gesù vivo. Sono piccoli passi verso l’unità . Ricordando con commozione la visita di Chiara Lubich al patriarcato nel 1984, Mesrob II dice: Penso che la spiritualità del focolare è capace di mettere assieme tanti membri di diverse chiese. E ricorda i tempi di Atenagora I e, più tardi, di Karekin I (il katolikos di Etchmiadzin, in Armenia, il loro papa), in cui i rapporti ecumenici furono estremamente cordiali tra le due comunità, in un nuovo tipo di relazioni in cui l’incontro personale non era più qualcosa di secondario, ma di centrale nelle relazioni tra chiese diverse. La visita alla comunità siro-ortodossa nel quartiere di Bakirköy avviene nella chiesa di Nostra Signora del Rosario, che appartiene ai domenicani, ma è concessa in uso ai siro-ortodossi. L’accoglienza è oltremodo calorosa, grazie alla presenza di tutta la comunità. Nel corso di un rinfresco, il metropolita Filüksinos Yusuf Çetin manifesta la sua grande riconoscenza al focolare e una grande speranza per l’avvenire. Dice il metropolita: Questo incontro è un passo avanti nell’unità tra le chiese. La Chiesa di Cristo ha passato tanti dolori, si è lacerata, i fedeli non si sono amati tra loro, nemmeno i sacerdoti hanno saputo farlo. Ma negli ultimi tempi abbiamo anche noi perso le squame dagli occhi, come Paolo verso Damasco, e abbiamo capito quello che Dio vuole da noi. Si pregano i vespri, in una chiesa affollata all’inverosimile, stipata di gente dalla fede prorompente perché provata, perché di minoranza. I vespri, cantati da due cori di ragazzi e di ragazze colpiscono per la decisione e la forza del canto che passa da un gruppo all’altro come in una partita di tennis nella quale i contendenti mettono tutta la forza che hanno in corpo. Quaranta minuti di immersione in una fede popolare e sentita che fa bene al cuore e all’anima. Il patriarca ecumenico Bartolomeo I interviene al convegno alla presenza del metropolita siro-ortodosso Çetin e del vescovo cattolico latino Pelâtre. Arrivano pure i messaggi dell’arcivescovo di Canterbury e del patriarca Mesrob II. Bartolomeo I rivolge ai presenti una dotta e profonda riflessione sul passaggio del vangelo di Matteo (Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro , Mt 18, 20), base della teologia di Gesù in mezzo ai suoi. Il patriarca cerca le traduzioni patristiche giuste e non quelle convenzionali, per dare alla frase di Matteo l’adeguata valenza ecumenica e spirituale. Il suo conversare è familiare: chiede scusa per una traduzione inappropriata, domanda se si sia capita una difficile citazione d’un padre della chiesa, invita alla gioia dell’incontrarsi con vigorose strette di mano e calorosi abbracci. Dice: Quando il Signore riferisce il suo nome, indica il suo sé. Dove due o tre sono riuniti portando ognuno il mio nome – cioè me stesso nel proprio sé – anche io sono veramente tra loro. Stupisce questo convenire nell’unità e nella diversità, come suggerisce Chiara Lubich in uno dei discorsi preparati per l’occasione, mentre mondo civile e mondo religioso sembrano dividersi tra loro e frammentarsi al loro interno. Eppure, sono proprio queste divisioni che lasciano intendere, a contrario, quanto l’umanità e la chiesa anelino con tutte le loro forze a quell’unità che appare la vocazione sia dell’una che dell’altra. Stupisce, ma non chi conosce quella spiritualità di comunione che da sempre il focolare propone a tutti, e quindi anche ai pastori delle diverse chiese. Spiritualità che è anche naturalmente ecumenica e che ha il pregio di non relegare il percorso dell’unità dei cristiani nel limbo delle interminabili – e pur necessarie – distinzioni teologiche, ma di inserire il cammino verso l’unità delle chiese nel cuore del popolo, del convenire di uomini e donne attorno a Gesù Cristo; ecco quel dialogo della vita che sta ridando aria ai polmoni dell’ecumenismo. Suggerisce Gabriella Fallacara, corresponsabile del focolare per il dialogo ecumenico, come sottoli- neando il positivo e quello che già unisce, non si voglia scivolare in un facile irenismo, cioè nel voler annullare o non vedere le diversità. Ma il già e non ancora dei cristiani – commenta il metropolita ortodosso rumeno della Germania Serafim Joanta – ci spinge a cogliere quel che ci unisce già, che è molto di più di quel che ci separa ancora. Non a caso il convegno conosce uno dei suoi momenti più intensi sulla tomba di colui che anticipò il sogno di una visibile e piena comunione tra le chiese. Al monastero di suore ortodosse di Balikli sono in effetti ospitate le spoglie dei patriarchi ecumenici di Costantinopoli. Sulla tomba di Atenagora I l’emozione è grande, perché egli appare di tutti, nessuno escluso. E su quella di Demetrio I si prega intensamente. Il futuro profetico della chiesacomunione (e della fratellanza) Ma è l’impegno per il futuro che rimane soprattutto impresso nei cuori, un futuro che non escluderà certo i teologi, ma che darà loro lo spazio giusto, sorretto dalla fede e dalla preghiera delle comunità. È il decano del Sacro sinodo della Chiesa greco-ortodossa, il metropolita Chrysostomos Kostantinidis, che sostiene tutto ciò: una figura di grandissimo spessore ed ecumenista di fama mondiale. Egli propone, come via d’uscita per la cristianità in crisi d’unità, uno studio nuovo, la cristianologia: Perché non camminare insieme? Mettiamo alla base della nostra ricerca d’unità la nozione di essere cristiani, e le cose andranno meglio, perché i problemi nascono quando partiamo dal punto di vista solo teologico. Se invece partissimo dal comune sentimento di appartenere a Cristo, ecco che si capirebbero meglio anche i problemi. Stesso clima profetico col card. Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, che nel suo discorso spazia sull’ecumenismo della Chiesa cattolica: un panorama variegato, senza nascondere i problemi, ma leggendo tutti gli avvenimenti sotto il segno della speranza. Quando arriveremo in Cielo – ha esordito – non ci sarà chiesto se siamo stati bravi, ma se avremo collaborato per l’unità della Chiesa di Cristo. In questa ottica ha presentato il 40° anniversario della promulgazione del decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II, Unitatis redintegratio. Si va avanti in tutte le direzioni – ha concluso – nel cercare di superare le singole difficoltà, per arrivare ad una diversità riconciliata. Ma serve pazienza. E amore. Grande conforto e speranza vengono dalla rievocazione dell’incontro ecumenico di Stoccarda del maggio 2004. (cf. Città nuova n.10/2004). Helmut Nicklas, dell’Ymca, tra i principali organizzatori, dice: Vedevo in Europa delle isole cristiane, comunità che non avevano contatto tra di loro. Stoccarda 2004 ha permesso di cominciare un’apertura tra queste isole separate. Nel lungo dialogo tra i vescovi e gli organizzatori dell’avvenimento, viene posto l’accento soprattutto sulla profezia dell’incontro, sottolineando la necessità di allargare tale esperienza a quanta più gente possibile. Ma tutto ciò nella serenità che viene dallo Spirito, perché non si tratta di mettere in piedi un’organizzazione. Alcuni vescovi sottolineano altresì la necessità di contribuire ad avvicinare la realtà dei movimenti alla ge- rarchia delle singole chiese, come espressione di quella coessenzialità tra gli aspetti carismatico e istituzionale della chiesa, come messo fortemente in rilievo dal papa nella vigilia della Pentecoste 1998. Commenta Ernst Öffner, vescovo regionale luterano di Augsburg: La chiesa non è in agonia, ho capito a Stoccarda. Dobbiamo tutti essere pontefici, ossia costruttori di ponti, sia a livello locale, nelle diocesi, che a livello ecumenico e internazionale. Risultati? Brevi dichiarazioni di qualche vescovo possono dare il senso dell’avvenimento di Istanbul. Ad esempio quella del cattolico Pierre Mouallem, arcivescovo emerito di Galilea, di rito greco-melchita: Abbiamo sperimentato una vera Pentecoste, abbiamo visto il Cristo tra di noi. Ed il vescovo Evmenios Tamiolakis, del patriarcato ecumenico, assistente del metropolita della Germania: Il miracolo dell’unità delle chiese che sperimentiamo tra di noi è una grazia. Ancora, Baselius Thomas I, catholikos dell’Est, della Chiesa siroortodossa in India: Lo Spirito Santo ci ha guidati e ci ha messo in movimento. Spetta a noi – e a me in prima persona – di amare e non giudicare. Sono pronto a dare la mia vita per voi. Da parte sua Hugh W. Montefiore, vescovo emerito di Birmingham, anglicano, afferma: Abbiamo vissuto un’anticipazione dell’unità universale che un giorno verrà. Conclude il card. Miloslav Vlk: La sintesi del convegno? Ci siamo amati con lo Spirito Santo che è nei nostri cuori; abbiamo scoperto la ricchezza delle Chiese orientali; l’unità ricercata non è stata per noi stessi, ma per il mondo; l’incontro è stato un dono per essere noi migliori cristiani e vivere così meglio il nostro ministero episcopale. Con Atenagora I In un discorso per il convegno di Istanbul, Chiara Lubich ha tratteggiato le principali tappe del dialogo ecumenico dei Focolari. Riportiamo il passaggio riguardante i rapporti col patriarcato ecumenico di Costantinopoli. È di speciale e grata attualità ricordare una tappa profetica della nostra esperienza ecumenica: l’incontro con la figura del grande patriarca Atenagora I (…). Egli vedeva già nel nostro movimento un sintomo del popolo che desidera unirsi e si incammina verso la mèta agognata dell’unico calice. Dio non gli ha concesso la grazia di vedere quel giorno, ma egli è stato uno dei grandi pionieri dell’ecumenismo e sarà sempre ricordato come tale (…). Fra il resto, egli ci ha chiesto di render partecipe della nostra vita d’unità la Chiesa ortodossa. È stato lui che per primo ci ha fatto comprendere la bellezza di questa chiesa; da lui abbiamo visto con evidenza come in tutte le chiese d’oriente viene sottolineata la vita, il tradurre la verità in vita, come viene esaltato l’amore del Risorto e quanto è amata Maria. Il patriarca voleva la nostra presenza nella sua città e così dopo pochi mesi si aprì un focolare a Istanbul. Da lì iniziarono i contatti con cristiani delle antiche Chiese orientali: copti, armeni apostolici, siro-ortodossi e poi con l’antica Chiesa etiopica ortodossa e la Chiesa assira (…). Il successore del patriarca Atenagora I, Demetrio I, ha continuato nella sua stessa linea. Anche in lui abbiamo trovato appoggio ed incoraggiamento nel nostro lavoro. Con il patriarca Bartolomeo I c’è una lunga conoscenza – da quando era diacono – fino al cordiale incontro del primo luglio scorso in Vaticano.

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