Dove è finito lo spirito europeo?

È successo a Bruxelles, quando si aspettava che Angela Merkel, abile, tenace e, diciamolo pure, simpatica negoziatrice, con quell’aria da casalinga così improbabile per un cancelliere tedesco, chiudesse il suo semestre di presidenza nell’Unione europea. Era stato il semestre del cinquantenario, così opportunamente coincidente con il turno spettante alla Germania, locomotiva del sistema Europa, Paese ancora di provata fede europeista, baricentro del nuovo assetto geografico dell’Unione, dopo l’allargamento a 27 membri. Ce l’aveva messa tutta, la brava Angela, per chiudere in bellezza il suo mandato, proprio a Bruxelles, dove si sperava di recuperare un po’ di fiducia nelle sorti della governabilità dell’Unione, compromessa dai nuovi difficili equilibri – ma si dovrebbe dire squilibri – prodotti dall’obbligo di raggiungere sempre e comunque una impossibile unanimità fra i 27 Paesi, tutti europei, è vero, ma ancora così differenti fra loro almeno nelle ambizioni. A farci mettere i piedi per terra, ci ha pensato questa volta la Polonia, che a Bruxelles i piedi li ha messi invece sul tavolo. Lo ha fatto, fuor di metafora nella persona del suo, anzi dei suoi rappresentanti, i terribili gemelli Kaczynski, Lech e Jaroslaw, rispettivamente presidente della Repubblica e primo ministro, decisi a far valere i propri diritti di veto. Che fra la Vistola e l’Oder la gente avesse un grande orgoglio, lo si sapeva. La storia recente è nota, e assegna alla Polonia non pochi meriti per la cancellazione dell’ipoteca sovietica sulla metà centrorientale del Vecchio continente. Entrata quindi, a buon diritto, nell’Unione europea con gli altri Paesi della Mitteleuropa economicamente prostrata dalla lunga occupazione straniera, aveva dedicato il primo decennio della propria ritrovata indipendenza a rimettere in piedi l’economia, aiutata dalla nuova appartenenza al contesto comunitario europeo e sostenuta particolarmente dagli Stati Uniti. Ma i vantaggi acquisiti non sono bastati al governo di Varsavia, che a Bruxelles ha alzato il prezzo delle sue pretese, rimettendo in questione il Trattato del 2004 e costringendo a trovare un’intesa che, accantonata definitivamente la Costituzione già bocciata nel 2005 dai referendum di Francia e Olanda, dovrebbe superare anche i Trattati di Roma,Amsterdam,Maastricht e Nizza, rinviando di un altro decennio l’entrata in vigore del sistema decisionale a maggioranza qualificata. Non si dovrà parlare più di Stato federale, né di costituzione. Non si farà più riferimento ai simboli dell’Unione, come la bandiera. E via di questo passo a cancellare anche la figura tanto attesa di un ministro degli Esteri dell’Ue. In questo contesto anche francesi e inglesi hanno profittato per aggiungere proprie pretese, come il declassamento della libera concorrenza da obiettivo a strumento, i primi, e alcune norme sulla giustizia, i secondi. Molti Paesi hanno perduto lo spirito europeo ha commentato Romano Prodi, visibilmente rattristato, mentre da Vienna, dove si trovava in visita di Stato, il presidente Napolitano ha sottolineato che, dopo un così deludente compromesso sul Trattato europeo, visto che a Bruxelles sono emerse riserve gravi sul ruolo dell’Europa come soggetto politico, si dovrà considerare come una strada obbligata quella dell’Europa a due velocità. Visto che un accordo, pur così al ribasso, è stato raggiunto solo dopo che la Merkel aveva minacciato di non invitare più la Polonia alla prossima conferenza intergovernativa, non pochi hanno pensato che questa dovrebbe essere veramente la strada da percorrere. Anche perché basterebbe la minaccia.

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