Dopo l’eclissi di Luna (Rossa)

Comunque vada a finire la sfida dell’America’s Cup, brucia ancora l’eclisse di Luna Rossa. Ricorrente una domanda, che per gli appassionati di vela è diventato un tormento esistenziale: ma come ha fatto, dopo avere oscurato BMW Oracle, a perdere 5 a 0 con New Zealand? Non mi aspettavo un risultato così netto – commentava De Angelis -. Penso non se l’aspettassero neanche loro. L’equipaggio italiano ha subito applaudito i vincitori: C’è rispetto tra i team, è giusto applaudire i più forti. Questa è lealtà, questa è la vela. E poi, c’è poco da fare: in Nuova Zelanda andare a vela è come da noi giocare a pallone. E questo paga. Dal 23 giugno è iniziata la rivincita per i Kiwi dopo la sconfitta subita ad Auckland proprio contro Alinghi. Per un commento a tutto campo, ecco le parole di Alessandro Socci, da molti anni istruttore nella prestigiosa Scuola di Vela di Caprera, Sardegna. Come vede la Coppa America, un caprerino come lei? La Coppa America è nell’immaginario di molti una competizione che affascina perché, pur proiettata verso un agonismo esasperato, mantiene regole di regata classiche (il match race), dove il fattore umano, l’equipaggio contano ancora moltissimo. Per Caprera l’agonismo, inteso come preparazione alle regate, non costituisce il principale obiettivo. Certo, il grande fascino della tecnologia applicata alla vela, la ricerca dei migliori materiali, e poi progettisti, preparazione atletica e logistica non lasciano indifferenti nemmeno noi. Ma non è questa la vostra filosofia. È così? Guardi, noi puntiamo a formare uomini capaci di condurre una imbarcazione con ogni condizione di vento e di mare, navigando in sicurezza: esce un profilo, un’idea di velista che possegga tutte le competenze necessarie per andar per mare, anche se non finalizzate espressamente alla regata. Non sembra già abbastanza?. Sì, certo. Torno sulla Coppa America: le regate pur affascinanti, non sempre sono comprensibili. Che peso hanno barche, equipaggio, tattica, fortuna per vincere o perdere? La sconfitta di Luna Rossa nella finale della recente Louis Vitton Cup ha dimostrato che l’equipaggio ancora conta molto! Tenga presente che ciò è vero in presenza di una barca performante e di una organizzazione ad altissimo livello alle spalle, che consente di mettere a disposizione dello skipper una barca, vele, informazioni meteo ed equipaggio all’apice. In parole povere: una campagna vincente di Coppa America ha bisogno per forza di grandi investimenti finanziari. Su questa base resta e si innesta la componente umana, che può cambiare il risultato. Come vive l’andare per mare a vela? Per me è un’esperienza sempre nuova, che mi ha innamorato da quando l’ho provata. Sono salito per la prima volta su una barca a vela nel luglio del 1970, avevo 11 anni, e mi ricordo ancora la voce del mio primo istruttore – Onis Bigazzi – che mi spiegava perché una barca a vela risale il vento. Poi, regate su derive fino a 16 anni, fino ai piccoli cabinati, scoprendo la navigazione costiera, la gioia di navigare con gli amici e condividere le stesse emozioni. Andare a vela oggi è per me un meraviglioso modo per amare la natura, ed è pure rendermi conto di essere un nulla in un infinito azzurro da affrontare con il massimo rispetto. E cosa è per lei, invece, insegnare ad andare a vela? Insegnare significa restituire quello che altri per primi mi hanno dato. Insegni quello che hai imparato dai tuoi istruttori, quello che hai maturato con le tue esperienze e quello che hai studiato per perfezionarti. Non si tratta di un patrimonio esclusivo, ma mi sento piuttosto come uno dei custodi di un sapere complesso e affascinante, con il dovere e la passione di poterlo mettere a disposizione di tutti. Ci sono corsi di aggiornamento per istruttori? Certo. E poi – comunque – come istruttore contemporaneamente sono anche allievo, perché nessuno può affermare di essere arrivato in questo campo. La bellezza di andare per mare è che non c’è mai il ripetersi esatto delle stesse situazioni (mare, vento, allievi, equipaggio), per cui si può vedere e rivedere con occhi diversi situazioni solo apparentemente uguali. Per cui il mio insegnare vela è colorato di reciprocità, è uno scambio continuo, nuovo e creativo con chi accetta di partecipare a questo grande gioco. La vela obbliga a vivere nei pochi metri quadrati del pozzetto, fuori solo il mare. È gioco forza crescere nei rapporti, comunicare, fare gioco di squadra. Come vede la vela nella formazione della personalità di un ragazzo? Se ci si avvicina alla vela con il rispetto che il mare e questa disciplina meritano, le potenzialità di crescita umana sono enormi. I nostri allievi percepiscono e apprezzano moltissimo l’opportunità unica che la vela offre: esperienza di socialità, sviluppo di competenze e abilità complesse, coraggio, orien-tamento, responsabilità, grinta. Indispensabile però è seguire un percorso didattico che rispetti l’età dell’allievo, e che proponga teoria e pratica magari in ambienti incontaminati, dove anche in condizioni meteo-marine impegnative si possa comunque veleggiare in sicurezza. Poi, senza esasperare l’aspetto agonistico, si può certo migliorare nella tecnica, imparare a regatare, ricercare la massima efficienza nella regolazione delle vele, e tanto altro. Sbaglio o la stima per la filosofia di Caprera trapela evidente? In effetti è proprio così. Ma devo dire che in Italia esistono ormai decine di scuole serie, con istruttori preparati. E non ci sarà mai delusione! Lo garantisco io, ma in realtà è il mare stesso – che mai tradisce – la vera garanzia di successo. Il mare è un grande maestro di vita.

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