Dopo Caravaggio

Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito.
Battistello Caracciolo. Noli me tangere 1618

Un tesoro insospettabile quello custodito a Prato. La mostra Dopo Caravaggio ci offre la possibilità di vedere dipinti di grande suggestione: da Giovanni Battista Caracciolo detto il Battistello a Jusepe de Ribera fino a Mattia Preti. Si tratta di un piccolo nucleo di opere che viene presentato dal 14 dicembre 2019 al 13 aprile 2020 nel Museo di Palazzo Pretorio. La storia di questi capolavori, “mai visti”, della Fondazione De Vito posti accanto a quelli del Museo di Palazzo Pretorio è legata alle vicende del collezionismo e alla straordinaria figura di Giuseppe De Vito, studioso dell’arte partenopea e creatore della Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’Arte Moderna a Napoli che ha sede nella villa di Olmo presso Vaglia (Firenze) dal 2011.

Mattia Preti, Deposizione di Cristo dalla croce, ottavo decennio del XVII secolo
Mattia Preti, Deposizione di Cristo dalla croce, ottavo decennio del XVII secolo

A Prato dunque si incontrano il collezionismo privato e l’interesse pubblico per l’arte del Seicento che vanno ad evidenziare l’importanza di quel periodo, dopo il passaggio di Caravaggio da Napoli, che ha dato vita ad una delle vicende più intriganti della pittura del Seicento. Caravaggio soggiornò a Napoli nella sua fuga da Roma dall’ottobre del 1606 al giugno 1607, dopo le inquietanti vicende dell’assassinio di Ranuccio Tomassoni. Questo fatto segnò una svolta decisiva nella pittura napoletana verso un naturalismo fatto di gesti intensi, di intrecci di mani, di sguardi parlanti, accanto ad una modalità inedita di interpretazione dei soggetti sacri. Ciò ha a che fare anche con quel nuovo rapporto con la luce che il pittore milanese aveva istituito per via dell’emergere dei bianchi sulla preparazione scura e per la nuova e ardita modalità pittorica del colore usato “a risparmio”. Le opere lasciate da Caravaggio a Napoli, le Sette opere di Misericordia per il Pio Monte e la Flagellazione di Capodimonte, erano state realizzate appositamente come pale d’altare mentre, per rispondere alle richieste della committenza privata, l’artista lasciò in città altri notevoli capolavori. È questo il patrimonio visivo che costituirà un punto di riferimento imprescindibile per gli artisti napoletani e per quelli, come Ribera, che provenivano dalla Spagna.

A Prato, già nella prima sala della mostra, si resta catalizzati dalla grande tela del Battistello, il Noli me tangere. La traduzione dell’espressione dalla lingua originaria, Noli me tangere, sarebbe Non trattenermi e l’artista riesce efficacemente a portarci dentro la tematica profonda degli affetti in cui l’esigenza di Maddalena di toccare Gesù in veste di ortolano ci commuove nel profondo. L’opera rivela in modo evidente un ripensamento dell’artista che dimostra quanta attenzione abbia dedicato allo studio della mano del Cristo. Quale modernità in questi sguardi che non si incontrano ma che rivelano un intenso dialogo tra i due! Al contempo l’idea del contatto fisico ci riporta a quella dimensione popolare della religiosità che enfatizza la possibilità di toccare l’immagine sacra quasi come si trattasse di un modo per partecipare della stessa vita divina.

Jusepe de Ribera,  Sant’Antonio abate, 1638 (datato)
Jusepe de Ribera, Sant’Antonio abate, 1638 (datato)

 

Tra le opere presenti in mostra alcune sono di Mattia Preti il pittore calabrese, di Taverna, che morirà a Malta nel 1699, poi il Sant’Antonio abate di Jusepe de Ribera e un cospicuo numero di dipinti di alta qualità caratterizzati da una modalità pittorica caravaggesca. Preti subì potentemente l’influenza di Caravaggio ma anche di Luca Giordano durante il suo soggiorno a Napoli e nel Ripudio di Agar, come anche nella Deposizione di Cristo dalla croce, si serve di una gestualità densa di richiami.

 

 

 

Nel Ripudio di Agar, episodio narrato nel libro della Genesi (21, 9-21) Agar, cacciata da Abramo ci appare come un’eroina. La rotazione del busto e la plasticità del suo movimento dicono tutta la sua forza interiore.

Mattia Preti, Ripudio di Agar, 1635-1640 ca
Mattia Preti, Ripudio di Agar, 1635-1640 ca

La schiava egiziana di Sara, è infatti una di quelle figure femminili che nel racconto biblico appaiono come esempio di virtù eroica. Era già stata maltrattata una volta e dopo la fuga nel deserto l’Angelo del Signore l’aveva ricondotta a casa.

La scena si riferisce al momento successivo, dopo la nascita di Ismaele, quando è Abramo stesso a cacciarla con il bambino. L’amore di Dio interviene ancora salvando entrambi da morte sicura. Preti si sofferma sul gesto di Abramo e sugli abiti di Agar avvolti in una luce che viene da un punto esterno, indefinito ma che sappiamo essere la chiave di volta della storia.

 

Dopo Caravaggio

Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito.

A cura di Rita Jacopino Direttrice scientifica Museo di Palazzo pretorio

Nadia Bastogi, Direttrice scientifica Fondazione De Vito

 

 

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