Dopo Berlusconi, cattolici uniti o divisi?

I pareri degli storici Galli della Loggia e Giovagnoli sulle prospettive aperte dalla nuova stagione. Valutazioni discordi sul pensiero di papa Francesco relativo all’impegno dei credenti. Dal nostro inviato al convegno "Custodire l'umanità"
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«Unità dei cattolici o permanente diaspora?», si è chiesto lo storico dell’età contemporanea Agostino Giovagnoli, docente all’università Cattolica di Milano. Ha ricordato che da tempo i credenti sono divisi tra destra e sinistra, mentre è stata invece grave «la divisione tra chi ha privilegiato il bene comune e chi i valori». Al termine della sua relazione al convegno “Custodire l’umanità”, svoltosi ad Assisi dal 29 al 30 novembre, l’esperto ha formulato la sua speranza partendo dal fatto che «una stagione politica si sta chiudendo e quella che è davanti si prospetta difficile, ma sarà migliore se i cattolici agiranno in collaborazione con gli altri».

Dello stesso parere il collega Ernesto Galli della Loggia, noto editorialista del Corriere della Sera. Da laico analista ha fatto presente: «Escluderei la riproposizione del partito dei cattolici, mentre serve l’impegno dei credenti a mettere insieme gli uomini di buona volontà per far uscire dalla crisi il nostro Paese». Non ha lesinato giudizi severi nei confronti dell’esperienza politica dei cattolici nello scorso secolo, parlando di "egemonia cattolica", ma ha riconosciuto che con il secondo dopoguerra, «l’ingresso dei cattolici in politica porta sulla scena nazionale il Paese reale e molti di quelli impegnati a livello locale hanno la possibilità di arrivare al centro, ai luoghi del potere».

Nessuno dei due storici si sbilancia sull’immediato futuro politico del Paese. Troppe le variabili in circolazione, ad incominciare dalla tenuta della compagine governativa. E, in buona sostanza, prevedere il futuro non appartiene alla loro professione. Eppure, sulla prospettiva dei cattolici uniti o divisi, Giovagnoli pone una condizione, cioè che «è necessario prima interrogarsi su cosa ci aspetta: sarà bipolarismo o no?».

Torna così a fare irruzione l’alternativa tra l’accettare ancora la prospettiva di cattolici divisi tra due coalizioni e lo sviluppare la capacità di sostenere una terza forza in grado di influenzare qualsiasi maggioranza. «Il pontificato appena iniziato – ha rilanciato Giovagnoli  – ha aperto orizzonti per maturare una nuova riflessione sul ruolo dei cattolici in politica». Lo storico sottolinea che per papa Francesco il tema non è marginale e ricorda che nella sua recentissima Esortazione apostolica ben 29 volte ritorna il termine «politica».

Galli della Loggia, guardando in avanti, si è domandato: «Cosa ci sarà in Italia dopo la democrazia?», anzi «Cosa ci sarà dopo un’esperienza di democrazia che ha prodotto un grande senso di sfiducia nei meccanismi democratici, proprio quelli che avrebbero dovuto essere in grado di risanare la crisi italiana, mentre invece l’hanno aggravata?». Con amarezza, aggiunge: «Com’è possibile pensare ad un progetto per il Paese, se l’Italia non sa a cosa possa servire? In realtà, non siamo niente».

È una valutazione che cade come un macigno sul folto pubblico del Teatro Lyrick. Ma le sue perplessità, a quel punto, si estendono all’attuale pontificato per quanto concerne il legame fede-politica. «Attenzione! Non si fa politica con la fede. Si possono compiere atti eroici con  la fede, ma per fare politica servono le idee e un aggregato forte di valori. Papa Francesco, invece, pone una straordinaria enfasi sulla fede, lasciando in secondo  piano le regole, le prescrizioni, l’obbedienza ai valori e così ne ricavo che si allontana nel tempo un impegno maggiore dei cattolici in politica».

La sessione è in chiusura ed è proprio a quel momento che inizia il bello. Giovagnoli è chiamato alla replica, in platea nessuno si muove. «Siamo immersi in una rappresentazione mediatica del messaggio del papa – premette il docente della Cattolica -, mentre il suo pensiero è molto più strutturato di quello che sembra. È  un gesuita e possiede una profonda elaborazione culturale. Non dobbiamo farci ingannare  dalle espressioni semplici con cui si esprime anche sul tema della politica».

«La fede – continua – può ispirare una cultura politica e questa è la premessa per un impegno politico. Oggi soffriamo proprio per la mancanza di cultura politica. Quanto alla diaspora dei cattolici, mi chiedo allora di quale diaspora parlare. A quella del bipolarismo degli ultimi venti anni credo si possa dare un giudizio piuttosto critico. È  stata centrifuga, una diaspora delle esasperazioni, della conflittualità, che ha diviso i cattolici non tanto tra destra e sinistra, ma tra bene comune e valori. La stessa cultura cattolica s’è lasciata lacerare anche a causa della pressione della politica. Adesso, invece, può darsi che stia nascendo un bipolarismo mite, non selvaggio, che non allontana più dal centro, ma che converge al centro. Allora la diaspora sarà un’altra cosa». Sin qui, i due storici, ai posteri l’ardua sentenza.

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