Don Tonino Bello, la Chiesa del grembiule

la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di Monsignor Antonio Bello, il sacerdote al servizio degli ultimi

Vescovo poeta, pastore sempre dalla parte degli ultimi, costruttore di pace, profeta di una chiesa che si cinge il grembiule del servizio. Così per tanti anni è stato definito Monsignor Antonio Bello, per tutti don Tonino. Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto la sua semplicità, la capacità di condividere l’esistenza della gente “normale”, di avere la porta sempre aperta, di leggere la realtà con gli occhi del Padre, virtù nate dalle tante ore di preghiera, dalla Celebrazione Eucaristica, dall’amore al Pane eucaristico. La sua sensibilità umana si è espressa negli anni anche attraverso articoli giornalistici di forte impatto sociale, preghiere nate dalla vita quotidiana, poesie spesso dedicate alla Vergine.

Da pochi giorni papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche. Antonio Bello nasce ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, viene ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957 e riceve l’ordinazione episcopale nel 1982. Molti gli incarichi ecclesiali a lui affidati, vissuti sempre nel segno del servizio e dell’attenzione privilegiata ai poveri, cercando di incarnare l’ideale di quella «chiesa del grembiule» da lui sognata.

La «Chiesa del grembiule» è una Chiesa povera per i poveri, che si spinge oltre il dovere dell’elemosina, che cammina con le persone indigenti e ne condivide i problemi e le speranze. «I poveri – afferma don Tonino – sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla». Rispettando la diversità di ciascuno la chiesa diviene, così, convivialità delle differenze, luogo in cui si edifica la pace: «la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. […] La pace è qualche cosa di più: è convivialità». È «mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi, mettersi a tavola tra persone diverse», dove «l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare».

La Chiesa che don Tonino si è impegnato a costruire è libera e al servizio di tutti, umile, pone la sua fiducia nella Parola di Dio e nel servizio ai poveri, rifiuta i privilegi concessi dai potenti. Una chiesa che invitava tutti a edificare. Così diceva nei suoi famosi «auguri scomodi»: «Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio… I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili».

Nella Chiesa, don Tonino Bello voleva essere a servizio della comunione: «Il primo servizio che dobbiamo rendere è quello della comunione. Siamo chiamati a essere “servi della comunione”. Questa deve essere la nostra brillante carriera!». Ha cercato di incarnare quell’ecclesiologia di comunione enunciata dal Concilio Vaticano II, quello «spirito collegiale» che doveva essere l’anima della «Chiesa del grembiule» e animare tutte le forme di collaborazione tra le diverse componenti della Chiesa: chi ha un ruolo nella Chiesa non è chiamato a esercitare un potere, ma a svolgere un servizio. In una delle sue preghiere più belle, don Tonino Bello chiede a Maria di impetrare proprio questa grazia: «Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. (…) Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni. Convincile profondamente, insomma, che, essendo le comunità cristiane punti vendita periferici di quei beni di comunione che maturano in pienezza solo nella casa trinitaria, ogni volta che frantumano la solidarietà, vanno contro gli interessi della Ditta».

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