Don Benzi un mendicante di cuori

All’incontro decisivo della vita, si sentiva prossimo. Non era un fatto di cuore – anche se crisi cardiache si erano ripetute nell’ultimo periodo – ma un presagio dello spirito. Ho cercato sempre di non dire no a Dio, diceva sovente don Oreste. Altrimenti non si spiega quel commento così autobiografico al brano biblico di Giobbe che aveva preparato per la commemorazione dei defunti. Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra – aveva scritto -, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. La morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio. Anche gli amici non si spiegano l’invito per quell’ultima cena. Non succedeva mai che don Oreste – ha riferito Enrico Masini, animatore del servizio maternità difficile della comunità di don Benzi – ci invitasse al ristorante, preso come era dai suoi impegni, sempre dietro a qualcuno da accudire. Eppure la sera prima l’ha fatto, ci ha voluti tutti a tavola con lui, chissà…. Il prete di strada e di frontiera, fondatore della Associazione Giovanni XXIII, ci ha lasciati a 82 anni nella notte tra i Santi e i Morti. Mancherà agli oltre 1.800 componenti della sua comunità. Ma mancherà a tutto il mondo ecclesiale e a tanta parte di quello civile. Avremmo ancora bisogno del suo disarmante sorriso d’innocenza, della dolcezza con cui avvicinava chiunque, della capacità di amare senza riserve gli ultimi, della sua radicalità evangelica. Don Oreste viene visto come un tipo pratico, grande organizzatore – ha raccontato don Elio Piccari, con Benzi dal 1968 -, ed invece era un contemplativo: una fede granitica, un’obbedienza fedele alla Chiesa, ma soprattutto un’esperienza continua di Dio alimentata da tanta preghiera. Settimo di nove figli, padre operaio e madre casalinga, era nato il 7 settembre 1925 a San Clemente, un paesino tra le colline romagnole a 20 chilometri da Rimini. Decisi da piccolo che nel mio sacerdozio avrei scelto di essere al fianco di chi si sente una nullità, spiegò qualche anno fa Don Benzi. Ad 11 anni entra in seminario, a 24 viene ordinato sacerdote. Subito inizia il suo impegno con ragazzi e giovani. I primi poveri – aveva raccontato in un’intervista al nostro collaboratore Raffaele Aversano – sono stati gli adolescenti. Io vedevo che i ragazzi abbandonavano la pratica religiosa, perché venivano proposti incontri spesso non rispondenti alle loro attese. Abbiamo scoperto che essi avevano bisogno di un incontro simpatico con Cristo, non un appuntamento in cui venisse detto soltanto: Non dovete fare. Nel 1958 va negli Stati Uniti a cercare aiuti per costruire una struttura sulle Dolomiti. È venuta fuori la Casa della Madonna delle vette, dove i ragazzi si ritrovano in una forma molto simpatica e bella. Ben presto gli orizzonti si allargano. Il secondo passo è stato l’incontro con i disabili, che allora venivano tenuti quasi nascosti. Abbiamo detto: questi non solo hanno una vita, ma sono necessari a noi. Quando decise di portare i ragazzi diversamente abili in campeggio in montagna fece scandalo e fu duramente criticato. Il cuore dell’impegno – ha spiegato don Piccari – è la condivisione diretta con gli ultimi. Lui non ha mai creduto in una solidarietà che non fosse vissuta gomito a gomito con i poveri. Nel 1968 nasce l’Associazione Giovanni XXIII e quattro anni dopo sorge la prima casa-famiglia a Coriano, nel Forlivese. Oggi ne esistono duecento, dove singoli o coppie di sposi diventano temporaneamente o definitivamente padre e madre, fratello e sorella di minori in difficoltà, ex-tossicodipendenti, alcolisti, persone con handicap fisici o problemi psichici. Sono basate sulla complementarietà – spiegava don Oreste -, perché quello che può dare uno, nessun altro lo può dare. Ogni persona ha qualcosa di unico e di irripetibile. Stando insieme, abbiamo scoperto che questa complementarietà crea la gioia. Negli anni Ottanta inizia la dedizione verso gli schiavi della droga, negli anni Novanta prende avvio la lotta per liberare le ragazze dalla schiavitù dei marciapiedi. Loro mi chiamano babbo, nonno o papà. Ma se io dormo in un comodo letto e loro sono sulla strada, che padre sono?. Un genitore che le porta sino in Vaticano. Chi non ricorda nel 2000 l’incontro tra papa Wojtyla e la prostituta di colore accompagnata dal sacerdote romagnolo? Ne ha salvate 6 mila e attualmente 330 sono ospiti nelle sue strutture. Ricordava di recente quanto gli rinfacciavano i funzionari della polizia romena: Voi oggi in Italia sbranate più di 30 mila ragazze romene, metà sono bambine. Sono i vostri maschi italiani che pagano i delinquenti romeni che le sfruttano. A don Oreste non andavano giù queste cose. E molte altre. Come, ad esempio, gli aborti. Come è possibile, si domandava, uccidere 180 mila bambini all’anno in Italia e 40 milioni nel mondo? Da qui, l’impegno a pregare davanti agli ospedali dove la vita viene soppressa nel seno materno e nei camposanti nel giorno dei defunti. Un’inossidabile convinzione lo accompagnava: La nostra esperienza ci dice che ogni reato nasce da una mancanza di relazione, di fiducia, di condivisione, ed è possibile superare tutto con un percorso di conoscenza, di sostegno, d’amore. Conferma don Antonio Mazzi: Per lui tutti i sogni potevano avverarsi. Era un uomo di Vangelo e sapeva che niente è impossibile all’amore. Il carisma di don Benzi è uno di quei doni che lo Spirito Santo ha dispensato in questi nostri tempi quale rimedio alle diffuse sofferenze e speranza nell’oscurità del mondo di oggi. Attento ai segni dei tempi, ha saputo cogliere l’importanza del cammino di dialogo e incontro tra movimenti ecclesiali e nuove comunità iniziato con la Veglia di Pentecoste 1998 in piazza San Pietro. L’anno successivo, raccogliendo l’invito di Chiara Lubich, partecipò a Speyer, in Germania, al primo appuntamento internazionale. Chi scrive ebbe modo di condividere la sua soddisfazione per quel convegno: È una conoscenza reciproca che permette di amare di più, è la dimostrazione che si può essere davvero Chiesa dai mille doni, dai mille carismi. Non si può vivere se non si respira la comunione universale. QUEL PRETE DALLA TONACA LISA Era sempre in orario, sovente in anticipo, alle riunioni del Comitato consultivo antidroga presso l’Ufficio prevenzione tossicodipendenze che dirigevo a Palazzo Chigi nei primi anni Novanta. Attendeva in un angolo della sala, leggendo un libro dalla rigida copertina nera con pagine ingiallite, separate da un segnafogli sfioccato. Qui c’è tutto, aveva risposto un giorno al mio sguardo curioso. Era la Bibbia o, forse, il Vangelo. Poi via via giungevano gli altri: i preti che si occupavano dei drogati, da don Picchi a don Vinicio Albanese, talvolta don Mazzi, più raramente don Ciotti, e gli esperti laici, da Cancrini ad Agnoletto. Era l’unico, tra i preti, ad indossare la tonaca nera. Era nera e lisa, lunga sino ai piedi coperti da scarpe con la suola spessa da contadino. Assorto, si accorgeva talora in ritardo di noi, si alzava e salutava oltre gli occhiali con un sorriso chiaro, luminoso sul pacioso viso sereno. Quindi si cominciava a dibattere il tema del giorno: la campagna antidroga, i criteri dei progetti, l’interpretazione di qualche norma. Non di rado si discuteva con opinioni diverse tra laici e credenti. Talora interveniva lui con un caldo accento emiliano, dolce eppure severo, col sorriso che disarmava tutti, la mano su quel libro socchiuso. Verso la fine però diventava impaziente, fremeva ed era il primo a partire. Dottore, mi scusi, scusatemi tutti, ma i miei figli mi aspettano. Qualche anno fa, passando da Rimini, ero andato a trovarlo. Ci eravamo abbracciati. Venga, e mi aveva mostrato fiero i locali dove, oltre che ai tossicodipendenti, c’erano anche ragazze slave, africane, albanesi, che stava cercando di recuperare dal marciapiede. Avevo partecipato alla sua messa. Eravamo più vecchi, ma lui giovane dentro, disarmante, spettinato, radioso. Dottore, che bello essere affascinati dagli ultimi.

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