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Italia > Fiction

Il dolore di una famiglia in “Chiamami ancora amore”

di Edoardo Zaccagnini

- Fonte: Città Nuova

La serie televisiva diretta da Gianluca Maria Tavarelli, con Greta Scarano e Simone Liberati, ha mostrato i problemi che possono minare anche un grande amore e una famiglia all’apparenza felice.

È una serie piuttosto dolorosa, Chiamami ancora amore, anche se non ci sono morti e non c’è sangue, non c’è crimine. Però c’è una totale assenza di commedia e c’è un clima sempre teso, contratto, velatamente livido. Vi sono una cupezza e una tensione più o meno sottile che in ogni caso non si scioglie mai. L’ha diretta – e bene – il regista Gianluca Maria Tavarelli partendo da un’idea e dalla sceneggiatura di Giacomo Bendotti.

La serie è andata in onda in tre puntate (sei episodi) per tre lunedì di seguito: il 3, il 10 e il 17 maggio scorsi su Rai 1. Chi l’ha persa potrà recuperarla per intero su Raiplay e potrà entrare, se vuole, nella fatica e nella sofferenza quotidiana di una famiglia fragile ma al tempo stesso comune, realistica, composta da una madre infermiera, l’Anna di una bravissima Greta Scarano, da un padre gestore di un locale, l’Enrico di un altrettanto bravo Simone Liberati, e da un figlio di undici anni di nome Pietro (il piccolo Federico Ielapi del Pinocchio di Garrone) che non ha nessun problema ed anzi è intelligente, bello e persino talentuoso nel giocare a calcio.

Non ci sono nemmeno particolari problemi economici, se non quelli comuni – di nuovo questa parola – alla maggior parte delle famiglie giovani italiane contemporanee. C’è persino una bella casa sul lago di Anguillara e – almeno da parte del marito – c’è una di quelle famiglie alla buona, rustiche ma costantemente pronte a intervenire, a dare una mano quando c’è bisogno, con nonni ancora in forza e dotati di buon senso.

Allora da dove nasce tanto grigiore? Al netto di un segreto che si scoprirà solo verso la fine, e che non è elemento trascurabile del racconto, viene da dire che nasca (anche) dal male che può aggredire la bellezza di ogni famiglia, di ogni coppia, da quella fragilità strutturale che si nasconde anche in quella più forte, più fornita di mezzi economici e di amore. Perché la famiglia (e la coppia) sono per definizione una cosa bella e complessa, sofisticata, delicata come le cose straordinarie, ed hanno bisogno di cura costante, di sostegno non semplice anche dall’esterno, talmente il pericolo è in agguato. La caduta dei protagonisti nasce anche dagli errori che proprio in relazione all’amore ogni essere umano può commettere.

Ai Tagliaferri, questo il cognome di Enrico e quindi di suo figlio Pietro, capita che gli irrisolti problemi personali dell’uno lavorino per far saltare in aria quell’equilibrio – che possiamo anche chiamare felicità – costruito faticosamente col tempo, non senza rinunce e scelte impegnative. La sofferenza di Anna impatta inevitabilmente su Enrico e viceversa, e altrettanto inevitabilmente, e ancor più dolorosamente, entrambe crollano sul candore indifeso di un bambino nel pieno della scoperta della vita. Accade che tutto salti in aria, in Chiamami ancora amore, e la storia diventi quella di una separazione che fa rima con (auto)distruzione e con una guerra a colpi di avvocati.

È il racconto di una discesa nel buio che costringe gli assistenti sociali (a proposito, brava, davvero brava anche Claudia Pandolfi) a dare il piccolo in affido e a toglierlo dalla custodia dei genitori. Che non sono mostri, però, e nemmeno casi estremi di degrado o sofferenza. Sono genitori realistici che vivono una situazione particolare ma anche credibile, anche comune, appunto, in tante sfumature. Sono un misto di stanchezza e paura, di insoddisfazione e solitudine, di errori, ma sono fatti anche di buoni propositi, di sentimenti sani e di notevole vitalitá. Sono, nonostante i problemi e gli errori, innamorati del piccolo Pietro, ognuno a modo proprio, e qui si apre la riflessione forse più centrale, sentita, di Chiamami ancora amore: alcuni interrogativi (che paiono sinceri) sul rapporto genitori/figli, sul delicato tema dell’egoismo genitoriale, su quello che chiediamo ai figli, più o meno inconsciamente, per soddisfare il nostro desiderio prima del loro bene.

Una riflessione sul confine che può farsi sottile tra egoismo e amore. Non è una serie morbida, Chiamami ancora amore, anche se alla fine, dopo tanta tempesta, una tiepida schiarita, un’apertura già sussurrata nel titolo, fa spuntare piacevoli raggi di sole tra le nuvole nere. Ma non è nemmeno una iniezione di angoscia gratuita; una esibizione volontaria della crisi familiare per cantarne i limiti, minarne la bellezza, la fiducia in lei da parte della gente. Sembra più che altro il tentativo di ribadirne la complessità, la sua capacità di procurarsi ferite, ma anche di essere strumento prezioso per la felicità delle persone. Uno strumento che presuppone un lavoro, ed è quello del mestiere di genitore, l’esserlo nel tempo, il realizzarsi come tale giorno dopo giorno, un altro punto su cui Chiamami ancora amore sembra ragionare.

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