Hai mai sentito un’ombra dentro di te che non se ne va, un peso che ti accompagna dal mattino alla sera, rubandoti i piccoli piaceri quotidiani? È il dolore cronico, quel compagno silenzioso che in Italia colpisce milioni di persone, soprattutto donne, cambiando il ritmo della vita senza preavviso. Non è solo una fitta nel corpo: pesa sul cuore, sulla pazienza, sui sogni.
Spesso nasce da un episodio banale – un movimento sbagliato, una caduta – ma diventa cronico perché la mente lo alimenta con meccanismi precisi. La catastrofizzazione del dolore, concetto fondamentale in psicologia clinica, lo amplifica: pensieri ossessivi come “sarà la fine”, esagerazione della minaccia (“non lo controllo”) e senso di impotenza (“non posso farci nulla”). Questo genera iper-vigilanza, un’attenzione costante al dolore, e un circolo vizioso: l’ansia abbassa la soglia di tolleranza, rendendo ogni sensazione più intensa. Lo studio di Sullivan et al. (2000), pubblicato su Pain, ha dimostrato che la catastrofizzazione attiva iperalgesia centrale (l’iperalgesia è una condizione medica in cui il dolore si amplifica in modo esagerato: stimoli che normalmente affliggono poco o nulla diventano insopportabili, a causa della sensibilizzazione del sistema nervoso centrale o periferico che rende il corpo ipersensibile), trasformando il dolore acuto in cronico; chi catastrofizza lo sente più forte e ne resta travolto nella vita quotidiana. Emozioni represse – rabbia per i limiti, tristezza per i giorni persi – peggiorano tutto: il corpo risponde con tensione muscolare cronica, chiudendo il cerchio.
Maria, 52 anni, casalinga in un paesino lombardo, lo vive sulla sua pelle. Sposta scatoloni e arriva il dolore alla schiena. «Domani passa», pensa. Invece si estende alle gambe, la sveglia di notte, la ferma mentre stende i panni o gioca con i nipotini. Evita le uscite e si sente incompresa: il marito vede solo stanchezza, i figli le dicono di reagire. I pensieri catastrofici la imprigionano – “sono inutile così” – e il dolore cresce. Si isola in casa.
Ma un giorno prende un vecchio quaderno. Ogni sera scrive: «Oggi ha fatto male, ma ho preparato il brodo». Nota che lo stress lo peggiora. Prova respiri lenti, passi corti nel cortile. Chiama un’amica, ascolta storie simili. Spezza il circolo: il dolore resta, ma perde potere. Ora cammina con i nipotini, ride tra una pausa e l’altra. Ha trovato una forza nuova sotto la fatica: la casa respira vita.
Cosa fare per spezzare il circolo?
- Respira piano: metti una mano sulla pancia, inspira contando fino a quattro, espira fino a sei quando arriva la fitta. Calma l’iper-vigilanza.
- Muoviti gradualmente: cammina cinque minuti al giorno in cucina, senti i piedi sul pavimento. Evita l’immobilità totale.
- Scrivi i tuoi schemi: la sera annota “cosa ha attivato il dolore oggi? Un pensiero catastrofico?”. Rompi la “ruminazione”.
- Usa il calore: borsa dell’acqua calda per quindici minuti sulle spalle o un bagno tiepido. Rilassa la tensione emotiva.
- Parla con gentilezza: cambia la frase “non ce la farò mai” in “oggi basta fare un passo”. Sfida il senso di impotenza.
- Sera senza pensieri: evita il telefono, accendi musica calma, cena leggera. Lascia i pensieri posarsi dolcemente.
- Cerca un contatto umano: chiacchiera con un’amica fidata, concediti un abbraccio. Riduci l’isolamento.
Questi gesti non cancellano il dolore, ma lo rendono un compagno meno tiranno. Sotto ogni ferita pulsa un cuore che impara a danzare più libero, trasformando l’eco del dolore in un ritmo di rinascita.