Divertimenti del ‘900

M. Ravel, L’Heure Espagnole. G. Puccini, Gianni Schicchi. Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
Un momento dello spettacolo

Mica facile divertirsi con la musica novecentesca. Specie poi se si tratta di autori “seri” come Ravel e Puccini. Eppure, le due opere in un atto dei due musicisti sono sottili, spiritose, non senza impennate sentimentali (Puccini, in particolare). Il lavoro di Ravel, anno 1911, è una commedia deliziosa sulle avventure piccanti della moglie di un mite – e un po’ fissato – orologiaio spagnolo. Ravel ne approfitta per ironizzare su ritmi arabeggianti, vocalizzi, accenni alle lacrime alla Massenet e all’habanera della Carmen: con il suo spiritello pungente, così francese. Tutto, ovvio, finisce bene.
Succede lo stesso nella commedia pucciniana, anno 1918, un lavoro sulle tracce del Falstaff verdiano, ma ridimensionato al furbacchione Schicchi che si traveste da Buoso Donati per un testamento a proprio favore, a danno dei parenti del morto. Ci scappano intermezzi lirici belli e puliti (O mio babbino caro), scene sapide e un’orchestra che ride volentieri.
La compagnia di canto, curata da Renata Scotto, conta belle voci (Davide Giusti, Rosa Feola) e la regia di Cesare Scarton fa sorridere nel teatro marionettistico. Puntuale Carlo Rizzari a dirigere l’Ensemble Novecento.

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