Diritto allo studio

 A proposito dell’articolo “L’università pubblica chiude?” di Giulio Meazzini apparso sul numero 20/2010.
Studenti
Fondi sprecati

«Ho studiato alla facoltà di Fisica della Sapienza di Roma tra gli anni Ottanta e Novanta. Sono stati anni duri, costellati da sveglia giornaliera alle 5 di mattina per arrivare in orario a lezione, e rientri a casa per cena dopo lezioni di laboratori inspiegabilmente messi nel tardo pomeriggio. Anni molto formativi dal punto di vista culturale e personale, anche grazie al caos organizzativo di una facoltà grande quanto una città.

 

«Ma alla fine la laurea è arrivata. Dopo la tesi mi fu offerto di rimanere in facoltà ed ebbi la possibilità di svolgere due lavori importanti. Mi fu promesso più volte che avrebbero trovato i fondi per una borsa di studio, almeno a copertura delle spese. Ma i mesi passavano e di questi fondi non c’era traccia. Mi veniva detto che non c’erano soldi e che avrei dovuto aspettare il successivo stanziamento.  Ho accettato tante volte di buon grado questa spiegazione, continuando ad alzarmi presto per arrivare puntuale. Spiegazione che però faceva a pugni con quanto vedevo intorno a me: le borse di studio (ben più profumate del mio promesso piccolo rimborso spese) si trovavano per tanti altri, sia già presenti che nuovi arrivi. Alcune dedicate a persone certamente più meritorie di me, ma altri (rinnovi compresi) decisamente destinate… secondo criteri a me oscuri. E poi c’era la quantità di progetti iniziati senza una reale conclusione apparente.

 

«La domanda in me era pressante: per quanto tempo ancora sarei dovuto stare a spese dei miei genitori? Quello che mi fece prendere la decisione di lasciare l’università e lavorare per un’azienda privata fu un evento particolare. Avevo appena ricevuto la notizia di un ennesimo rinvio per il reperimento del mio rimborso spese, quando girò uno dei tanti inviti a partecipare a un workshop.

 

«Questi incontri sono veramente importanti perché permettono scambi culturali, ma quello che mi fece riflettere era che oltre alla numerosa partecipazione, il posto era Capri e l’albergo un 5 stelle, con viaggio in prima classe.  Però per me non si trovavano 200-300 euro al mese.

 

«Dico ciò perché nell’articolo in questione viene spiegato bene il dilemma della mancanza di fondi, ma non emerge la domanda fondamentale: come vengono spesi quei fondi? Se le università venissero gestite come aziende (nel senso bello del termine), dovrebbero produrre in termini di qualità e quantità, e allocare le risorse in modo “adeguato”. Si tratta di denaro pubblico e quindi c’è un dovere morale verso chi, pagando le tasse, si priva di quei soldi per donarli alla collettività».

M.C.

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