Dio non è Dio senza l’altro

Riflessioni sulla Trinità a partire dal nuovo libro di Piero Coda. 
Le cappelle armene di Marmachem
E se i cristiani vivessero la Trinità? E ricominciassero a parlare di Dio nelle case e nelle piazze, non confinandolo solo nelle sacrestie o nei convegni per addetti ai lavori? Non mi riferisco tanto a teologi, preti, alti prelati, quanto a laici, donne e uomini comuni, giovani e anziani, intellettuali di cultura e ingegno oppure contadini e operai, tutti alle prese con le sfide della vita, le domande sul senso ultimo dell’esistenza, gli inciampi e le sofferenze, le gioie e le scoperte di ogni giorno.

Oggi urge forse dai cristiani una nuova maturità, una rinnovata postura morale e umana che li collochi al bivio tra fede e ragione, tra dialogo e consonanza con la tradizione della Chiesa da un lato, e ricerca spirituale personale, tutta interiore, controversa, mai pacificata, esigente, che renda ragione delle proprie posizioni, dall’altro. Ricerca non delegabile ad alcuna istituzione.

 

Per questo il nuovo libro del teologo Piero Coda – Dalla Trinità. L’avvento di Dio tra storia e profezia (Città Nuova) –, arriva proprio al momento giusto. È come una palestra per l’uomo pensante, credente e non credente, che voglia misurarsi con la dimensione spirituale della vita. Alimenta al contempo la fede e la ragione. Parte dalla certezza che neppure la Trinità – il caso “serio” della fede cristiana – sia questione elitaria e comprensibile a pochi, se vogliamo coglierla nella sua essenza più intima e profonda.

 

Un uomo in ricerca

 

Il libro è il racconto del viaggio di un uomo in ricerca, di un teologo che si affida a chi prima di lui ha riflettuto su Trinità e natura di Dio nel solco della tradizione della Chiesa, ma che al contempo sente la responsabilità del proprio compito, della propria singolare chiamata a illuminare elementi di profezia ancora nascosti. Per farlo si avvale della parola, una delle ricchezze dell’uomo, la parola che indaga, cerca, scava, non si accontenta, ambisce a dar corpo e volto a Dio. Quella stessa parola che è contemporaneamente il grande limite dell’uomo in ricerca, continuamente di fronte all’innominabile, all’indicibile, all’impronunciabile, al senza volto. È il cammino dell’uomo: tentare di trovare le parole e non essere mai sazio e pago di quelle trovate.

 

Chi avrà la ventura di leggere il libro sarà colpito da una breve frase di Agostino d’Ippona, tratta dal De Trinitate e posta come prologo, che recita così: «Ho desiderato contemplare con l’intelletto ciò che ho creduto». Un programma di vita e di ricerca.

 

Ho desiderato. Verbo di straordinaria passionalità e forza. Agostino non dice “ho voluto”, “avrei sperato”, ma ho desiderato contemplare con l’intelletto ciò che ho creduto. E Coda spiega: «Contemplare con cuore puro e con intelligenza trasparente Dio che è Trinità, e far così venire alla parola la verità del suo mistero, introduce al cuore della fede cristiana».

 

Riuscirci è certamente un dono gratuito – che accade al di là di noi stessi, dei nostri sforzi e delle nostre volontà – perché non si dà conoscenza della Trinità senza il dono della rivelazione di Gesù, accolto nella fede viva della Chiesa e illuminato dai doni dello Spirito. Come in tutte le relazioni d’amore, Dio prende l’iniziativa e nel tempo si rivela, scopre le carte, si comunica secondo un ritmo fatto di attese, interventi, soste e repentine irruzioni.

 

Si tratta di un processo di reciproco addomesticamento, appunto, come in tutte le relazioni d’amore (vedi il Piccolo Principe che addomestica la rosa), che esprime l’attuarsi del libero disegno di Dio e il rispetto dei tempi dell’uomo. Ireneo di Lione si spinge a dire che questo processo di avvicinamento e addomesticamento «non ha solo lo scopo di far sì che l’uomo impari a convivere con Dio, ma anche quello di permettere a Dio di “abituarsi” a coabitare con l’uomo». Una rivelazione caratterizzata da continuità nella discontinuità, da innovazione nella tradizione, che ha a che fare con entrambe le dimensioni, personale e comunitaria.

 

Con questa prima chiave di accesso possiamo leggere l’intero lavoro di Coda. L’autore si sofferma sui momenti di cesura e punteggiatura temporale che scandiscono la storia dell’uomo: esodo e alleanza nel Primo Testamento, evento pasquale nel Nuovo Testamento, nascita della Chiesa, fino alle ultime esperienze carismatiche del nostro secolo, con particolare attenzione al «carisma dell’unità donato dallo Spirito Santo al nostro tempo attraverso la testimonianza di Chiara Lubich», esperienza entro la quale il libro ha preso ispirazione. Sottolineando come il progresso nell’intelligenza del mistero di Dio avvenga sempre in stretta interazione con la storia degli uomini e si intersechi con l’evoluzione della cultura e delle culture.

 

Esperienza e conoscenza

 

Questo viaggio nei modi della conoscenza della Trinità, dei suoi metodi e delle sue vie, ci racconta molto dell’oggetto della nostra indagine, ma nello stesso tempo ci racconta dell’uomo. In un gioco di specchi – perchè la Trinità è tema popolare, tema di tutti – questo percorso ci porta a riflettere profondamente sulla nostra natura di uomini.

La conoscenza del divinoè, infatti, dono di fede ma anche compito, tensione, agone, ricerca che parte da noi, dall’uomo. Compito che scomoda e mette all’opera libertà e intelligenza. Un compito esigente, talvolta tragico, che accomuna credenti e non credenti.

 

Un movimento che richiede disposizione del cuore, forze, talenti, energie e intelligenza. La fede deve prendere carne anche nella nostra intelligenza, nelle modalità del nostro pensare, oltre che nella nostra vita, in una tensione che coniughi intelligenza ed esperienza.

È sempre Agostino che ci indica una via fertile. Il filosofo è spinto e incalzato – scrive Coda – dal desiderio di conoscere meglio questo Dio che è Trinità, per poterlo amare non solo col cuore che “crede”, ma anche con l’intelligenza che “vede”. E non si ferma qui. Egli desidera ardentemente poter “toccare” Dio Trinità, farne esperienza viva, entrare in comunione con lui. Questa possibilità di toccare Dio, di farne esperienza viva gli si rivela di una semplicità sconcertante: è nella relazione d’amore con l’altro che è possibile fare esperienza dell’amore di Dio, sorgente che rende capaci di amore e di amare, e che pur abitando dentro l’uomo, lo trascende, lo sovrasta, lo soppianta.

 

La conoscenza della Trinità diviene in questa prospettiva percorso di vita individuale e insieme evento relazionale che chiama in causa una comunità di persone “pensanti e amanti”, dove l’amore è amare ed essere amati, diventando uno nell’amore. Un amore reciproco che diviene esperienza condivisa, che alimenta amore e pensiero, e poi parola, ascolto profondo, comunicazione, comunione. La Trinità, mentre ci offre l’immagine generativa di «un Dio che non è Dio senza l’Altro», di un «Dio che è sé stesso essendo l’Altro», ci rivela anche il tratto più tipico della nostra umanità, che si compie pienamente solo nella relazione con l’altro.

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