Dio esiste?

Attualità delle domande (e risposte) di Anselmo d'Aosta, novecento anni dopo la morte.
Ci sono domande che attraversano la storia collettiva e individuale, a volte inespresse, altre volte così complesse e radicali che si preferisce lasciarle inevase. Novecento anni fa moriva un abate di Bec, in Normandia, nativo di Aosta, la cui risposta a due domande è rimasta come un punto luminoso nel cielo di filosofia e teologia: Anselmo, ora Dottore della Chiesa.

La sua ricerca filosofica e teologica si caratterizza per una impostazione nuova. Vuole offrire a chi crede la conferma razionale della validità della fede, non basandosi sui soli dati della Scrittura e della Tradizione, espressa dai Padri della Chiesa e dai Concili, ma cercando radice nella capacità umana di conoscere. Un metodo innovativo nel suo contesto storico, che lo ha fatto considerare il primo esponente della “Scolastica”, la corrente di pensiero filosofico e teologico, legata alle scuole dei monasteri, che avrà grande sviluppo nei secoli successivi.

 

La prima domanda che Anselmo si pone scava nell’esistenza concreta di molti: Dio esiste? Per Anselmo si tratta di determinare se è possibile affermare l’esistenza di Dio come certezza razionale. Se l’esperienza della fede e la Scrittura ci parlano di lui, si può affermare sul piano logico la validità dell’ipotesi che Dio non sia solo un pensiero nella mente, un concetto astratto, ma che abbia realtà, esista?

Per rispondere, sant’Anselmo formula il cosiddetto «argomento ontologico per la dimostrazione dell’esistenza di Dio». La sua riflessione si basa sulla coincidenza evidente tra «ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore» e Dio come essere necessariamente pensato anche esistente. Se la definizione di Dio è quella di un essere di cui non è possibile pensare nulla di più perfetto, dovremo presupporre anche la sua esistenza.

Di fatto, se non lo pensassimo come esistente, non sarebbe il massimo pensabile, dunque non corrisponderebbe al concetto di Dio da cui siamo partiti. Da allora, la dimostrazione continua a far discutere filosofi e teologi: criticata da Tommaso d’Aquino e Kant, ma considerata valida da Duns Scoto, Cartesio, Leibniz ed Hegel, ebbe formulazioni diverse ed è giunta fino a noi come argomento dibattuto anche dai logici.

 

La seconda domanda è: perché Dio si è fatto uomo? Anselmo si chiede se l’incarnazione non sia assurda e quale necessità c’è che sia Dio a salvare l’uomo con essa. Approfondisce il tema della gravità dell’offesa fatta dall’uomo a Dio con il peccato e conclude che solo Dio può riparare ad essa; ma perché la rappacificazione con Dio non sia estranea all’uomo avviene l’incarnazione.

L’attualità delle domande di Anselmo risulta evidente: partire dall’esperienza della fede non significa rinunciare alla ragione, ma aprirla ad orizzonti inesplorati. Non a caso, durante la sua recente visita in Medio-Oriente, Benedetto XVI nella moschea di Amman ha sottolineato che sono l’amore e la ragione il fondamento delle religioni, mentre violenza e ignoranza le sfigurano.

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