Dietro la notte degli Oscar

Il riconoscimento a La grande bellezza è il miglior volano per riavviare il motore di una cinematografia spenta. È un premio che vale doppio in una Hollywood che celebra sé stessa in modo autoreferenziale e autocelebrativo. Premiato anche il film sulla vita di Alice Herz-Sommer, ultima sopravvissuta alla Shoah, morta la settimana scorsa, come miglior cortometraggio documentario
Paolo Sorrentino e Toni Servillo alla notte degli Oscar

L'Oscar per il miglior film straniero attribuito a La grande bellezza di Paolo Sorrentino è qualcosa di più di una batteria ricaricata, è il miglior volano per riavviare il motore di una cinematografia spenta,  per restituire lo sprint perduto al nostro cinema, per imprimergli coraggio, per cercare nuovi stimoli e poter andare oltre le asfittiche commedie nelle quali sembrano consumarsi tutte le sue forze. Un premio che mancava da quindici anni, ovvero dai tempi di La vita è bella di Roberto Benigni.

Non era partito bene il film di Paolo Sorrentino. La critica aveva espresso molte riserve, e non a torto. Soprattutto per l'alone di provincialismo con cui si descrive la Roma dei salotti e della vita notturna. Un mix di folclore, esibizionismo e atmosfere carnevalesche. Stessa buccia di banana sulla quale era scivolato Woody Allen con To Rome with love, trappola nella quale si cade il più delle volte quando si vuole ritrarre lo spirito della Roma notturna e dalla quale si sono salvati in pochi. Ma agli americani questo tipo di prodotto è quello che piace. Come gli spaghetti scotti. E allora viva Paolo Sorrentino, che ha capito come funziona il gioco ed è stato lungimirante. Chapeau.

Per il resto non bisogna dimenticare che alla fiera degli Oscar vige una gerarchia: da una parte le statuette pesanti, che si contano sulla punta delle dita (miglior film, miglior regia, migliori attori, miglior film straniero per chi non usa la lingua di Shakespeare); dall'altra i premi “tecnici” (fotografia, montaggio, scenografia, costumi, ecc.), che, pur essendo riconoscimenti minori, sono comunque un titolo di merito e un fiore all'occhiello oltre che un veicolo pubblicitario.

Il poker d'assi (miglior film, regia, miglior attore e migliore attrice) si apre con 12 anni schiavo di Steve McQueen, che ha pareggiato i conti con la tiepida accoglienza del mercato casalingo, segno che il nero e ruvido mantello della cattiva coscienza non è riuscito a soffocare il rimorso dello schiavismo e che l'inconscio collettivo, come diceva Hitchcock, è l'invitato di prima fila nella “notte delle stelle”.

Miglior regia ad Alfonso Cuaròn, che, libero di muoversi a piacimento nell'infinità degli spazi siderali di Gravity, ha fatto anche  l'“en plein” di premi tecnici con altre sei statuette. Miglior attore Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée (Leonardo Di Caprio, protagonista di The wolf of Wall Street di Martin Scorsese, ha fallito nuovamente il bersaglio); miglior attrice Cate Blanchette per Blue Jasmine di Woody Allen.

Questo il meglio del meglio, dunque? Nello Shrine Auditorium di Los Angeles pesi, misure, parametri hanno valutazioni del tutto particolari. Potrà sembrare strano ma l'architrave che sorregge il sistema dell'Oscar è il conflitto d'interesse. La sua ragion d'essere, il suo cuore fondativo è l'autoreferenzialità, l'autocelebrazione dove il meglio si identifica nel gruppo d'appartenenza. I 6500 membri dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences appartengono alle più svariate categorie lavorative dell'industria hollywoodiana e i riconoscimenti da loro attribuiti si assegnano in “camera caritatis”, espressione medioevale che identificava la “camera” con il luogo in cui si gestiva il potere e “caritatis" il modo bonario in cui era esercitato.

Per questo il segno che un film insignito dell'Oscar deve lasciare al suo passaggio non è quello della “grande bellezza”, ma della “grande potenza”. Nulla di illecito, né da delegittimare, ma che rientra nella logica del “Cicero pro domo sua”. Si vota per il clan, per la “factory”, per il produttore che ha procurato lavoro e che, se otterrà l'ambita statuetta, tornerà a servirsi di chi lo ha gratificato di tanto alloro. Un premio corporativo, allora? Esattamente, come i David di Donatello a casa nostra, i César francesi, i Bafta inglesi. Tutto il mondo è paese! Con la differenza che, rispetto ai colleghi europei, l'Oscar è globale e fa sentire la sua voce oltre i confini nazionali grazie alla massiccia penetrazione del prodotto hollywoodiano in tutti i mercati del mondo. 

L'unico Oscar in controtendenza, non corporativo, ma assegnato seguendo criteri estetici anziché di appartenenza e di identificazione in questo o quel marchio è l'Oscar per il miglior film straniero, attribuito non a suffragio universale ma da un gruppo ristretto di membri dell'Academy, ritenuto esperto di politica estera e di affari internazionali. Da questo collegio di “saggi” è arrivato l'Oscar a La grande bellezza. Che, proprio per questo motivo, vale doppio.      

Premiato anche The Lady in Number 6 – Music saved my life,  il film sulla vita di  Alice Herz-Sommer, ultima sopravvissuta alla Shoah, morta la settimana scorsa, come miglior cortometraggio documentario.

                                                            

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