Dialogo sul Dio che viene

Su una tavoletta di legno è scritto: Eremo sant’Elia. Una vecchia, minuscola stalla con sopra ricavato un vano per il pastore: uno degli eremi dei Piccoli Fratelli della Fraternità di Spello sul Subasio. Fratel Carlo fa strada. È tornato da poco dal deserto portando nella sacca il manoscritto di un libro: Il Dio che viene, che sarà edito da Città Nuova. (…) Lei scrive: Uno degli errori più comuni che può fare il cristiano di oggi è quello di identificare il messaggio evangelico con l’evoluzione sociale, la cultura, il gusto del tempo. Sono convinto che identificare il Vangelo con la spinta di liberazione dei popoli significa farne un’ideologia, mentre il Vangelo va al di là di ogni ideologia, punta direttamente sull’uomo per liberarlo dalle passioni, dalla tenebra della sua esistenza, dalle cose che l’affogano. È chiaro che anche un povero può essere un capitalista se non si libera dal suo egoismo, può essere un razzista se si considera superiore ad un altro, può essere un colonialista se si approfitta di uno più debole di lui. Ormai tutti dovremmo convincerci della inconcludenza delle ideologie: solo uomini liberati dal di dentro potranno fare una società libera. Com’è possibile per noi, oggi, pregare, in mezzo al caos e alla fatuità che ci circonda? Pregare significa capire sempre di più che Dio è Padre e noi i figli. Quando padre e figli parlano tra loro la casa è in pace: la preghiera è questo colloquio pacificante. Pregare non vuoi dire ripetere molte parole; Gesù assicura: Il Padre sa quello di cui avete bisogno. Fino a che uno crede che la preghiera consiste nel parlare e nell’agire, rimane alla porta; pregare vuol dire stare fermi, attendere Dio che viene, anche se dentro di noi non sappiamo poi che dirgli. È lui che parlerà, che si rivelerà a noi; l’ha promesso, ce l’assicura Giovanni: A chi mi ama io mi manifesterò. (…) Come può fare l’uomo di oggi a percepire i passi di Dio che cammina vicino a lui? Penso che la grande via sulla quale Dio si fa sentire all’uomo di oggi sia la povertà. La povertà di oggi, almeno nei paesi sviluppati, non è più quella antica della fame, ma la scoperta della nostra estrema limitatezza, un tipo di povertà più dolorosa: l’incapacità di stare insieme, la falsità dei rapporti, la vuotezza della parola, la paura reciproca, la diffidenza, la estrema povertà del nostro modo d’amare (l’erotismo è una beffa), la morte in agguato su ogni strada. L’uomo oggi è costretto a scoprire di non essere un creatore e tanto meno un dio come favoleggia il marxismo, ma un povero viandante. Forse siamo alla vigilia di un grande tempo spirituale: quando avremo bevuto fino in fondo la nostra debolezza, la nostra delusione, il nostro dolore, il nostro peccato, la nostra morte, allora non protesteremo più per la miseria dell’uomo ma ci muteremo per la scoperta dell’amore di Dio. (…) Crede inevitabile che Dio si mostri attraverso lo smarrimento, il dolore, lo scandalo, le lacrime? Può essere doloroso, ma è così. L’uomo ricco, quello cioè che non ha bisogno di nulla, di nessuno, che è sicuro di sé, che ha sempre ragione, che è intelligente, sano, non potrà mai capire chi veramente egli sia, né se c’è davvero un Dio, perché non ne sente la necessità. Quando queste cose o qualcuna di queste, gli vengono a mancare, allora solo scopre la sua nullità, i suoi limiti e diviene capace di pianto. È in questo stato d’animo che può incontrare Dio, scoprire l’esistenza del fratello che soffre, piange, ha bisogno; allora capisce la Chiesa nella quale nessuno può sentirsi innocente e giusto, ma ciascuno sente d’essere peccatore. Credo che l’esperienza del dolore sia l’unica, grande esperienza che possiamo fare tutti e che Dio non ci fa mancare. Dice il Vangelo: Se il seme non cade in terra e non muore non porta frutto…. Se ricordiamo certi avvenimenti dolorosi della nostra vita, ci accorgiamo che, senza quelle prove, saremmo rimasti come semi infecondi, sicuri della nostra turgida saccenza, nella nostra stupida insensibilità. (…)

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