Dialogo (im)possibile

La politica manda qualche timido segnale di composizione diplomatica del conflitto interminabile. Ma è tra la gente che si coglie qualche speranza, seppure altrettanto timida. Anche a Gaza.
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«Quattro quartieri, tre religioni, due popoli, un Dio». Così una tradizione ebraica definisce con un certo umorismo Gerusalemme, città ambita, contesa, santa. Quattro quartieri: musulmano, cristiano, armeno, ebraico; tre religioni: ebraismo, cristianesimo, Islam; due popoli: ebraico e palestinese; un Dio, seppur invocato in varie lingue.

Se l’economia ha come epicentro naturale Tel Aviv, nella Città santa si respirano piuttosto il volere e il sentire della gente. Se a Tel Aviv si incontrano i mediatori statunitensi all’opera – anch’essi qualche speranza la danno, ne parla qui accanto Giovanni Romano –, a Gerusalemme si vive il contatto tra i popoli, seppur fugace, talvolta per semplice sfioramento.

A Gerusalemme chi cerca tracce di speranza, nel presente dilaniato, seppur a fatica può trovarne. Nella città del Santuario della roccia, del Muro del pianto e del Golgota convergono anche le flebili speranze che nascono a Gaza, ad Haifa, in Galilea. Al margine di un coraggioso simposio ebraico-cristiano di cui scrive il collega Catalano, di queste tracce ne ho viste non poche. Le riporto nella loro immediatezza, i commenti stonerebbero.

 

Presidente di un’associazione per il dialogo tra le tre fedi monoteistiche, il rabbino Ron Kronish mi dice senza peli sulla lingua: «La guerra non ha facilitato il dialogo nel Paese. Le divisioni sono maggiori, l’empatia è diminuita, le reciproche distruzioni allontanano la gente. C’è un minor desiderio di “cercare l’altro”. C’è disperazione, sembra che non ci siano più vie d’uscita al conflitto. Sono state settimane molto gravi, per noi soprattutto che abbiamo in cuore le creature di Dio, di qualsiasi campo esse siano».

Prosegue analizzando le ultime elezioni: «Grave è l’aumento esponenziale dei voti del partito che aveva basato tutta la sua campagna elettorale su un inquietante slogan: “Gli arabi leali sono benvenuti, gli altri no”. Ciò ha provocato un forte sconcerto tra gli arabi-israeliani e una forte tensione con tanti israeliani-ebrei. È mai immaginabile che centinaia di migliaia di persone siano d’improvviso trasferite nei Territori? Siamo realisti!». Per chi lavora per il dialogo tra ebrei, musulmani e cristiani i tempi sono duri: «Non si parla più di “risoluzione dei conflitti”, ma di “gestione dei conflitti”. Eppure proprio per questo noi vogliamo risolutamente cercare il dialogo».

 

Mimi è cristiana, abita nella Striscia di Gaza. Ha cercato di far sì che qualche goccia della sua intelligenza e del suo amore non si sciogliesse nel mare d’odio: «Sono palestinese e cristiana, ho tre figli – esordisce –. Trent’anni fa ho scoperto che Dio mi amava e amava tutti. In questi mesi ho cercato di aprire le porte del mio cuore a tutti, in particolare ai vicini musulmani. Una mattina mi è stato portato un bambino di due anni afflitto da crisi e convulsioni di paura. Ho cercato di curarlo, di fargli sentire il mio amore: ha superato le crisi. Una vicina, poi, aveva perso casa e figlio. Che fare? Ho pregato Dio che le facesse sentire il suo amore. Ma, una volta tornata a casa, non riuscivo a preparare la cena: pensavo a lei. Ho preso alcuni vestiti, ho preparato un thermos di tè, qualcosa da mangiare e con mia figlia, di notte e sotto le bombe, siamo andate a portarle queste povere cose».

Continua Mimì: «Talvolta non c’era nulla da fare, tranne pregare. Come quel giorno quando ho ricevuto una telefonata da un’amica: i soldati israeliani stavano arrivando nel loro condominio, dove ritenevano si nascondessero dei combattenti. Ho telefonato a qualche Ong: nessuno poteva fare nulla. Abbiamo pregato, e le tre donne sono riuscite comunque a fuggire!». Parla anche dei soldati israeliani. «Il nostro panico era grande, e così l’odio. Ma ho cercato di convincermi che anche loro erano uomini, avevano paura, volevano la pace. E che c’era bisogno che i grandi della Terra fossero illuminati per favorire la pace».

 

Bushra è musulmana, Avital è ebrea. Hanno entrambe diciott’anni. Hanno aderito al programma organizzato dall’Icci (The Interreligious Coordinating Council in Israel del rabbino Kronish), che prevede che studenti ebrei e palestinesi d’Israele o dei Territori si rechino per stage congiunti negli Stati Uniti, in modo da capirsi in un contesto meno drammatico di quello israeliano. Dice Bushra: «Avvertivo l’importanza di conoscere meglio gli ebrei, soprattutto dopo l’ultima guerra. Ora ho amiche ebree, cosa impensabile prima. Ho capito che la soluzione del conflitto dipende anche da me, e che anche loro sono esseri umani». E Avital: «Partecipare a questo progetto mi aiuta a non odiare. Sono entrata nelle case dei palestinesi: ho scoperto che è gente gentile, che ha un cuore».

Incontro anche un gruppetto di giovanissimi amici ebrei, musulmani e cristiani. Sono i Ragazzi per l’unità. Le loro parole sono semplici, quasi ripetitive, ma denotano una franchezza che non può lasciare indifferenti: la scoperta dell’altro, diverso ma umano; la frequentazione e l’amicizia al di là delle religioni; la sofferenza per Gaza e la voglia di anestetizzare le ferite; la certezza che la pace vincerà… vedere queste faccette belle e tutte uguali – difficile, almeno a prima vista, distinguere ebree da musulmane e cristiane – non può che muovere alla speranza. I loro padri si sono fatti la guerra: forse loro non se la faranno.

Poi un coro chiamato Magnificat: giovani cantanti che fanno parte di una scuola di musica a cui appartengono persone di varie religioni. Commuove il loro canto Camminiamo insieme mano nella mano, che vuole esprimere la convinzione che tutti siamo fratelli.

 

Infine Haifa. Un rabbino (Edgar Nof), un prete (Yusef Risek), un musulmano (Talat Shatrouby). La loro è stata – a quanto ci risulta – la sola preghiera pubblica che ha visto riuniti nei giorni della guerra di Gaza fedeli delle tre religioni. Il rabbino Nof: «Centinaia di cristiani erano venuti da me negli ultimi anni per parlare, ma non avevo mai avvertito la possibilità di stabilire un vero dialogo. Con un gruppo di focolarini da due anni ci siamo messi a leggere il Vangelo oltre alla Torah. Durante la guerra abbiamo pensato di fare una preghiera comune: ci siamo riusciti! E nella sinagoga abbiamo raccolto viveri e fondi per i soldati israeliani, ma anche per i bambini della Striscia».

Padre Risek dice: «Abbiamo pregato per la pace leggendo brani delle nostre Scritture. Abbiamo cantato assieme, organizzato una processione. Siamo tutti figli d’Abramo: i soldati israeliani pregavano Dio e i palestinesi a Gaza facevano lo stesso. Ma poi si combattevano. Dio doveva proprio essere arrabbiato! Con la nostra preghiera, abbiamo voluto semplicemente dare una piccola gioia a Dio, in modo che si distraesse un po’».

Anche il musulmano dice la sua: «Partecipare o meno a quella preghiera? Ero in dubbio. Poi mi sono detto che eravamo tutti esseri umani, e che il 50 per cento almeno dei fedeli delle nostre tre religioni concorda con la nostra visione di pace. Abbiamo pregato perché Dio fermasse il conflitto e mettesse misericordia nei nostri cuori e in quelli dei combattenti. C’era gioia, verità e amore. Che la prossima preghiera sia di gratitudine per la pace».

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