Di chi sono le risorse pubbliche?

Perché l'emergenza giustifica e conduce all'illegalità
Guido Bertolaso

È veramente difficile navigare e trovare un rotta certa, o almeno ragionevole, non solo nel mare della vita politica ma anche del nostro vivere quotidiano. Cosa sta accadendo? Perché non capiamo quale rotta  seguire?

Al ricambio della classe politica che sino agli anni Novanta aveva governato il Paese, è seguito un lunghissimo periodo di vuoto ideologico. che ha condotto a dei governi formati in larga parte da soggetti che erano già introdotti nelle istituzioni pubbliche (banchieri, industriali, militari, magistrati…) i quali, ponendo rimedio alla carenza di personale politico, hanno costituito una nuova classe dirigente. È così nata la cosiddetta “seconda Repubblica”.

La rappresentanza politica dei cittadini è stata così via via sostituita, aldilà del dettato costituzionale, da nuove forme rappresentative di governo che hanno generato sistemi dotati di fatto di poteri con forti tratti “autoritativi”: elezione diretta del presidente del Consiglio, elezione dei governatori delle Regioni, sindaci monocratici. Viceversa, è diminuita la tutela dei diritti di cittadini, territorio e risorse pubbliche.

Tutti effetti riscontrabili da vari atti, a partire dal provvedimento governativo di “sottrazione notturna” dei soldi depositati in banca dai cittadini con la fulminea imposizione fiscale del luglio 1992, proseguendo con l’eliminazione dei concorsi per le assunzioni nel pubblico impiego, così come nella scelta del personale sanitario secondo criteri diversi dalla capacità professionale, andando avanti con l’abolizione dei controlli di legittimità degli atti di Regioni, Provincie e Comuni. E così via.

 

Si è così modificato il modo di operare dell’amministrazione pubblica che si scostava dalle leggi regolatrici di lavori, attività e servizi pubblici che, pur emanate in quantità e di continuo, sono state svuotate della loro concreta efficacia. La comprova di questo svuotamento del rispetto e dell’osservanza della legge e della legittimità nella regolamentazione dei rapporti tra pubblico e privato è il ruolo assunto, e qui entriamo nell’attualità, dalla Protezione civile. La quale, munita del sigillo formale dell’emergenza, ha trovato la sua espressione massima nei recenti interventi di risanamento della città di Napoli dai rifiuti, nelle opere per il summit del G8 alla Maddalena, passando attraverso il terremoto de L’Aquila, sino alla gestione di vari eventi sportivi.

È così venuto alla luce – dai concreti comportamenti degli amministratori e gestori della cosa pubblica, dalle indagini di polizia, dai provvedimenti giudiziari, e anche dalle prese di posizione politiche – un sistema di amministrazione del danaro pubblico gestito sì dallo Stato, ma sotto forma non di ente pubblico sottoposto a controlli e al rispetto della legge, bensì di un soggetto estraneo a regole e controlli.

L’emergenza, che oramai si protrae da oltre vent’anni, ha modificato il modo di essere e l’impostazione dell’amministrazione pubblica, trasformatasi troppo spesso da ente imparziale in amministratore privato attraverso la costituzione di società per azioni che, pur pubbliche nella loro origine e nelle risorse cui attingono, amministrano e gestiscono – senza controlli sui limiti e sulle finalità – il danaro della collettività.

La conferma viene dagli stessi organi di governo, se Gianni Letta è costretto a scrivere: «Penso anch’io con orrore a chi crede che le calamità possano essere un pretesto per fare buoni affari. Il terremoto, le vittime, la desolazione che ne consegue meritano ben altri sentimenti. Altro che affari! Ma, se qualcuno ha pensato il contrario, tutti faremo in modo che si ricreda».

Una promessa ben accetta che, specie per via di chi l’ha pronunciata, deve però trovare una concreta risposta e una effettiva modifica di comportamenti e di modi di pensare nel governo della cosa pubblica. Dalla lacerante esperienza di questi anni che travolge, oggi più che mai, la politica e la società, potrà trovare spazio un nuovo modello relazionale tra Stato e cittadini, tale da far germogliare più autentiche soggettività politiche e sociali.

 

Una nota, per finire, a conferma di tutto quanto scritto: sono ben 195 i decreti leggi adottati nel 2009 dal governo e sottoposti al Parlamento sotto il presupposto dell’indifferibilità ed urgenza. Inferiore risulta il numero delle leggi approvate ordinariamente dal Parlamento, in quanto il numero di 200 è comprensivo dei decreti legislativi adottati dal governo su delega del Parlamento.

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