Dentro il naufragio collettivo di Davide Enia

Attraverso il gesto e il “cuntu” siciliano, il drammaturgo, scrittore e regista porta in scena l’odissea degli sbarchi e degli annegamenti nel Mediterraneo dal punto di vista inedito della guardia costiera, per restituire a questa tragedia contemporanea la dignità e l’attenzione che la sua drammatica quotidianità le ha tolto.

Il suo è realmente un teatro “necessario”. La sua non è semplice cronaca, né, seppur acuto, reportage che illustra, documenta, racconta. È testimonianza diretta che coinvolge cuore e mente. Ci interpella, scuote la nostra indifferenza, smuove la coscienza, strugge, emoziona, ribalta l’anima. E, come un pugno nello stomaco, forse non ci lascerà più in pace. Andate a vedere e ad ascoltare ciò che sappiamo già, assuefatti come siamo alla cronaca quotidiana, ma che non conosciamo per niente nella sua più cruda verità. E lasciatevi ammaliare dalla voce, dai gesti, dagli sguardi espressivi del suo autore, Davide Enia, dalla narrazione del suo vissuto, di ciò che ha visto e sperimentato, che ha toccato e odorato; dalle sensazioni della sua impotenza davanti al dramma altrui; dalla memoria che riemerge e non cancella più volti e mani e corpi, dalla “banale” considerazione che, di qualsiasi razza siamo, «abbiamo tutti le stesse ossa bianche».

Non troverete la spettacolarizzare della tragedia. Percepirete il dolore intimo della persona, la sofferenza trattenuta di non poter comunicare del tutto l’indicibile. «Il pianto pulisce le parole, e le rende più precise», dice in un momento del monologo. Lo scrittore, attore e regista palermitano riprende a calcare il palcoscenico con la forza e l’urgenza del suo teatro. Con L’abisso, tratto dal suo romanzo Appunti per un naufragio (ed. Sellerio, Premio Mondello 2018), ci trasporta a Lampedusa – «uno scoglio piatto uscito dal mare», così la descrive – nell’inferno dei naufragi di uomini donne e bambini in quel mare Mediterraneo tristemente noto per essere ormai diventato il cimitero della nostra storia recente.

Con i mezzi del suo mestiere, cercando di dare «dignità e senso alle parole», Enia, seduto su una sedia, dà voce, corpo, carne, ai sentimenti e alle angosce, alle speranze e ai traumi di chi da troppo tempo è costretto ad affrontare l’indicibile tragedia che si consuma davanti ai propri occhi, una lotta combattuta in mare aperto, che salva e inghiotte destini umani. È un nuovo campo di battaglia dove l’allenamento, le manovre e la velocità sono determinanti per recuperare più corpi vivi in mare e sopravvivere in prima persona alle onde.

Mescolando italiano e dialetto siciliano, Enia racconta: «Quando ho visto il primo sbarco a Lampedusa, ero assieme a mio padre. Approdarono tantissimi, ragazzi e bambine per lo più. Stravolti, stanchissimi, confusi, erano 523 persone sottratte alla morte in mare aperto. Era la Storia quella che stava accadendo davanti ai nostri occhi, la Storia che si studia nei libri, che riempie le pellicole dei film e dei documentari e che modifica la struttura del presente. Nell’arco di diversi anni, continuavo a tornare sull’isola, costruendo così un dialogo continuo con i testimoni diretti, i pescatori e il personale della guardia costiera, i residenti e i medici, i volontari e i sommozzatori. Parlavamo quasi sempre in dialetto, nominando i sentimenti e le angosce, le speranze e i traumi secondo la lingua della nostra culla, usandone suoni e simboli. In più, ero in grado di comprendere i silenzi tra le sillabe, quel vuoto che frantuma la frase consegnando il senso a una oltranza indicibile. In questa assenza di parole, in fondo, ci sono cresciuto. Nel Sud, lo sguardo e il gesto sono narrativi e, in Sicilia, ‘a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice, la miglior parola è quella che non si pronuncia».

Nelle maglie del racconto entra anche la vita più personale di Enia, il suo rapporto col padre silenzioso e la malattia dello zio, uomo di grande ironia: legami forti che il viaggio rinsalda e suggella. E la fusione della messinscena, asciutta e umanissima nel suo rinnovarsi ogni sera, è con le suggestive musiche dal vivo delle chitarre di Giulio Barocchieri che tessono suoni e note elettriche con melodie di antichi canti dei pescatori, rielaborati insieme al “cunto” palermitano riveduto da Enia.

 “L’abisso”, tratto da “Appunti per un naufragio”, di e con Davide Enia, musiche composte ed eseguite in scena da Giulio Barocchieri. Produzione Teatro di Roma, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Accademia Perduta/Romagna Teatri. Al Piccolo di Milano, Teatro Grassi, fino al 24/11; a Roma, Teatro India, dal 3 al 15/12.

 

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