Dentro il capolavoro

Oggi, ricordo della martire siracusana Santa Lucia, riscopriamo la tela del Caravaggio. Il dolore come silenzio
Santa Lucia
Caravaggio, Il Seppellimento di Santa Lucia, Siracusa (Foto Wikipedia)

Nella nostra società dove la morte è gridata, mostrata, esibita fino all’orrore – e poi, passato questo, perduta nell’indifferenza – fa bene cogliere la voce del silenzio che Caravaggio ha impresso nella sua tela a Siracusa. Erano gli anni 1608-1609. Il pittore era fuggito dal carcere di Malta, braccato dai nemici, e a Siracusa, grazie all’amico Mario Minniti, trovava un momento di pausa. Girava attraverso i monumenti della città greca e romana, visitava le cave di pietra – le latomie – eccitava la fantasia nel ricordo del passato e dipingeva per la Chiesa di Santa Lucia una enorme tela (cm. 408 x 300), ancora oggi visibile ad Ortigia, l’isola-cuore di Siracusa.

La pala è vasta. Monumentale. Spoglia. Una parete grigia altissima ne occupa uno spazio che sembra infinito: sono le cave di pietra che divengono nel pittore le catacombe siracusane. Un muro immobile dentro un silenzio così profondo da bloccare i gesti dei personaggi, le cui proporzioni sono libere da qualsiasi regola. Il vescovo benedice la salma di Lucia, due grossi operai la stanno seppellendo senza alcun sentimento: è un lavoro di routine come il boia che decapitava il Battista nella tela di Malta. Davanti alla morte ci si può abituare e rimanere indifferenti.

Il coro dei dolenti, affollato e piccolo, stretti gli uni agli altri, prega e piange. Lui, Caravaggio, emerge con la testa fra loro con uno sguardo spaurito: sa che è un ricercato, chiunque lo può uccidere. Il focus del dipinto è Lucia, stesa a terra, morta, col capo riverso. Un corpo perduto nel silenzio. La morte è dramma, certamente, ma Caravaggio lo vuol mostrare nel suo aspetto di solitudine interiore: ogni personaggio in fondo è solo a contemplare la morte della ragazza bellissima, che pare ancora fresca. Il colore volge sul bruno e sul terroso, ravvivato da tocchi di luce, da improvvise accensioni di bianco e di rosso, dentro uno spazio così vasto da dare il senso di una eternità immobile e di una oscurità attraversa da bagliori.

 Caravaggio “pesa” il dolore: diventa una musica funebre che partendo dalla parete e scendendo al corpo di Lucia, dolcemente spirata, ritorna come un vertice sulla mitra bianca del vescovo. Ma è musica sussurrata all’interno di un sepolcro dove non c’è posto per le parole o il rumore. Come aveva fatto nei dipinti della Passione di Cristo a Napoli, Vienna e Dublino, o nella sublime Morte di Maria al Louvre, anche qui l’artista blocca l’urlo, condensa il pianto nel silenzio. Affonda il suo cuore nella sofferenza e lascia spazio alla preghiera, al sentimento pudico, che rispetta il mistero della morte di Lucia, di ogni morte. Nella luce indistinta e fumosa la morte trova senso e così il dolore che si fa composto, intimo pur nella immensità di uno spazio che sembra non avere confine.

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