Democrazia partecipativa o dittatura della sorveglianza?

Una riflessione su come ricostruire il nostro sistema politico che faccia sparire i populismi di governo e riacquistare la fiducia nei partiti
Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Passata questa pandemia, dovremo, come dopo la Seconda guerra mondiale o a seguito della stagione del terrorismo, ricostruire il sistema politico ed economico-finanziario. Questi sono i giorni in cui si può decidere come dovrà essere l’Italia.  E solo così, come afferma Massimo Cacciari, nel 2040 potremo verificare se abbiamo avuto una classe politica all’altezza della sfida e capace di cogliere l’occasione per affrontare i mali antichi del Paese. Dovremo anzitutto rivolgere una particolare attenzione alle istituzioni, quelle che, per Roberto Esposito, sono il vero sistema immunitario. La reazione del corpo-Italia alla crisi del 2008, al sisma del 2016 è passata attraverso una sinergia, spesso difficile, tra la società civile e le cariche pubbliche. Così dovrà essere anche in relazione alla pandemia del 2020. La sfida dovrà riguardare non solo i partiti politici, ma anche la comunità scientifica, le associazioni, i movimenti, il Terzo Settore.

I leader devono capire che la pandemia pone fine alla “politica che promette miracoli”. Ed è condizione essenziale per far sparire i populismi di governo. Essi devono riconoscere i loro limiti e smettere di illudersi di avere tra le mani destini troppo cruciali e di essere detentori di “pieni poteri”, in un mondo complesso che non riconosce frontiere. Questa pandemia, che colpisce il corpo-umanità globale, deve aiutare a ritrovare il senso della fiducia per ricostruire l’oggi e il domani. L’Italia deve ricominciare su basi nuove a produrre, inventare, insegnare, senza ricadere nei vecchi vizi dell’economia estrattiva. Urge una task force per il futuro che veda partecipi Governo, Parlamento, Regioni, sindaci di grandi città, Terzo Settore, imprenditori illuminati, sindacati, università, scienziati, movimenti giovanili. Servirà anche una legislazione fondata sulla fiducia e sul controllo certo, successivo, senza sconti per nessuno, che faccia superare i lacci, i freni della cultura del sospetto e della diffidenza generata da una burocrazia asfissiante. Un esempio chiaro viene dalla rapida ricostruzione del Ponte di Genova con la semplificazione massima dei passaggi burocratici.

Come si presenta la democrazia contemporanea all’appuntamento con il virus? Nata dalle Rivoluzioni inglese, americana e francese, oggi è sotto pressione. Viene definita con diversi attributi: democrazia ibrida, iperdemocrazia, controdemocrazia, democrazia del pubblico, post-democrazia, democrazia immediata e post rappresentativa. Rimane il termine democrazia, ma sempre più in crisi e in profonda trasformazione. Per molti decenni i partiti politici sono stati i più importanti aggregatori di identità politiche e di domande della società. Oggi sono soggetti deboli, tanto da apparire talvolta vere e proprie forme di dis-intermediazione politica, caratterizzati da voglia di decisioni rapide e chiare. Eppure la democrazia vive di partecipazione e di percorsi non facili, senza scorciatoie spettacolari e non si concilia con la solitudine di un leader. I capi-partito sembrano non sentire più l’impegno di ascoltare e di mediare tra le correnti interne. Così però, in assenza di collegialità nella oligarchia interna, i partiti hanno vita breve e accelerano il loro declino. Leader padroni di casa, che confondono il rapporto diretto con il popolo con la vox populi, rischiano di non comprendere, presi da un delirio di onnipotenza, i rumori più profondi della società e accelerano la loro parabola verso il declino.  Già 4 italiani su 10, secondo il XXII rapporto Demos del 2019, disconoscono completamente la funzione dei partiti. Eppure, sebbene la politica degli ultimi decenni e le istituzioni della rappresentanza continuano a non soddisfare, la democrazia non ne può fare a meno.

Suscitano invece interesse il movimento dei giovanissimi di Greta Thumberg (76%) e il movimento dei trentenni, le Sardine (45%). Fenomeni che denotano sfiducia verso la democrazia solo rappresentativa e interesse verso i nuovi movimenti con relazioni dirette e immediate in piazza tramite i social o partiti con leadership fortemente personalizzate. È accettabile e utile questo processo di dis-intermediazione? C’è il rischio di scoprire nuovi mediatori, super mediatori, magari occulti? Ricordiamo che per la teoria deliberativa della democrazia di Manin (1987), di Rawls e di Habermas, la deliberazione democratica, pubblica, inclusiva, vede nei partiti un soggetto insostituibile, unica fonte di legittimazione democratica nelle istituzioni.

Serve allora una democrazia partecipativa e deliberativa con partiti rivitalizzati, giurie di cittadini, sondaggi deliberativi, bilanci partecipativi, forme di economia civile, ruolo da protagonista del Terzo Settore accanto a Stato e mercato. Corriamo il rischio dopo il coronavirus di imbatterci invece in una nuova dittatura della sorveglianza? Abbiamo due tipi di scelte davanti a noi, afferma lo storico Y.N.Harari: tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini, tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. Noi diremmo la fraternità universale, che non è un semplice anelito o una pia illusione, «ma è il valore che la cultura contemporanea oggi domanda, invoca. Tale cultura, infatti, promuove il principio dell’interdipendenza e quello del destino comune che, ai nostri occhi, sostanziano l’idea di fraternità», secondo la quale «nessuno ci è estraneo, tutto ciò che accade a uno è decisivo anche per l’altro e condividiamo tutti lo stesso obiettivo. È un processo già in atto nel divenire storico» (D. Ropelato, A. Lo Presti, Cultura e fraternità, in Atlante della fraternità universale, Città Nuova, Roma 2014, p. 33).

Potremmo avere una sorveglianza sottopelle con una sorta di braccialetto biometrico elettronico per misurare temperatura e frequenza cardiaca h24. La popolazione automotivata di Corea del Sud e di Taiwan insegna che la cooperazione volontaria dei cittadini informati è più importante di una popolazione ignorante e controllata dal regime autoritario di turno. Abbiamo urgente bisogno di cittadini del mondo, cioè di uomini-mondo, per dirla con Chiara Lubich, consapevoli della salute pubblica come bene comune globale, ben oltre i confini di uno Stato. È questo l’agire comunicativo di Habermas, fondato in democrazia su convincimenti comuni, persuasione, ascolto e dialogo, parresia come capacità dei governanti, maggioranza e opposizione, di parlare con spirito di verità con i cittadini, anche al costo di prezzi elettorali.

 

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