Debito, colpa, merito

Il legame profondo tra testo biblico e agire economico. Intervista a Romano Màdera, filosofo e psicoanalista.  

L’economista Luigino Bruni propone, da tempo, sul quotidiano Avvenire una rilettura dei testi biblici per comprendere il tempo attuale segnato da «un culto idolatrico di massa delle merci feticcio». La crisi di questa fase del capitalismo sfugge, insomma, a chi pretende di usare solo grafici e tabelle. Su questa traccia, dal 5 al 10 giugno si terrà presso il Polo EdC di Loppiano una “settimana di studio sulla dimensione economica sociale e antropologica di alcuni testi biblici”. A partire da tale prospettiva abbiamo sentito il professor Romano Màdera, docente all’università Bicocca di Milano, filosofo e psicoanalista di formazione junghiana.

Perché è importante, da laico, un confronto con il testo biblico? Prima ancora di leggere la Bibbia bisogna riconoscere, al di là di essere cristiani o ebrei, che «noi siamo letti da quel testo», cioè il nostro modo di intendere il mondo è, più o meno consapevolmente, determinato da quel retroterra culturale e spirituale. I testi evangelici e profetici spiegano la nostra attenzione alla centralità della dignità dell’umano. Così la tensione universalista non è concepibile al di fuori della Lettera di Paolo ai Galati («non c’è più giudeo o greco, né uomo o donna…») che pone, alla radice, un’assenza di discriminazione. Un’evidenza poco diffusa, a partire dalle università. Come dice il mio amico gesuita Pino Stancari, in Italia siamo affetti da un “doppio clericalismo”. Quello della Chiesa e quello di un iperlaicismo che non conosce e vuole ignorare il testo biblico. Ma esiste l’esigenza di tornare, anche in maniera critica, alle radici di un senso possibile dell’esistenza, reagendo alla percezione di una sconfitta, alla mancanza di speranza nel costruire qualcosa di accettabile dal punto di vista umano. Ci troviamo davanti all’incapacità di porre un ordine al capitalismo che appare invece come caos ingovernabile che penetra nella vita intima delle persone. Lo vediamo nella pulsione di un consumismo insaziabile che cerca di colmare inutilmente il vuoto esistenziale. La carenza di un ordine possibile la riscontriamo, poi, nell’incapacità e impotenza delle istituzioni internazionali a cominciare dall’Onu. Il testo biblico si presta a molteplici interpretazioni. Secondo Bruni, ad esempio, il racconto di Giobbe si oppone al binomio povertà/colpa che disegna la predominante cultura del merito… Tale impostazione ha il pregio di partire dalle domande reali di ciascuno, sgomberando il campo da precomprensioni sedimentate nel tempo. Giobbe ribalta tutta la teologia della necessaria retribuzione del bene da parte di Dio, perché riceve il male anche chi fa il bene, con conseguenze gigantesche sul nostro mondo. Giobbe subisce la disgrazia pur essendo un giusto, non accetta giustificazioni ma ha il coraggio della domanda radicale verso Dio. Eppure non riceve una risposta… Ma già la domanda è la possibilità di riapertura di senso, l’inizio di una ricerca. È questo il terreno comune tra credenti e non credenti? Secondo Bruni il finale del libro di Giobbe, dove torna a ripossedere i beni perduti, è un aggiunta posteriore… Come diceva il cardinal Carlo Maria Martini, la differenza fondamentale è tra pensanti e non pensanti. Una fede matura permette di ragionare «come se Dio non ci fosse», nel senso di Bonhoeffer di non addossare a Dio il nostro fallimento nel rispondere a domande che restano senza risposta. Nell’ateismo pratico corrente la questione di Dio neanche si pone… Forse è stata rimossa una certa idea di Dio ma esiste un “dio” peggiore che non può essere neanche interrogato perché è un meccanismo, “il denaro che si accumula”, che pretende soggezione assoluta e scatena una corsa competitiva senza fine. Nel 2012, prima del Giubileo e del magistero di papa Francesco, ne La carta del senso ha evidenziato laicamente la centralità della misericordia. Perché?

Il principio di misericordia è l’unico che permette di fondare un’etica possibile perché accetta il nostro stato di imperfezione e la nostra capacità costitutiva di fare il male, offrendo la possibilità di ricominciare. Non elimina la violenza ma permette di ricominciare. Gli effetti sulla politica e sull’economia sono evidenti come dimostra l’esito tragico dei conflitti che terminano senza perdono. L’umiliazione dei debiti di guerra addossati alla Germania dopo il 14-18 è una delle cause principali del nazismo. Come dice una massima taoista citata da Thomas Merton, un grande mistico moderno, «vai al giorno del tuo trionfo come se andassi al tuo funerale», cioè anche quando hai combattuto e hai vinto, ricordati che sei da una parte e anche dall’altra.

 

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