Darò meglio di me

Dare meglio di me

Mercato di Samphern, zona centrale di Bangkok. Un caldo da pazzi. La gola secca per l’arsura, ma soprattutto per il dolore. Lo respiri nell’aria, insieme alla noia, la sfiducia, l’amarezza. È in tutti: soffriamo la crisi!

Ho perso il lavoro, ed in più non mi pagano gli arretrati. Tutto è andato storto. Che Dio mi aiuti a mantenere il perdono in cuore e che aiuti loro un giorno a capire che io non c’entro nei problemi della loro azienda. Posso perdonare, sento che è una grazia, ma è dura. Perdonare me stesso, nel profondo, e chi mi ha fatto male e va ancora in Mercedes.

Cosa dirò ai miei? Sarà riso amaro, anche stavolta. È quello mescolato alle lacrime: quante volte l’ho assaggiato nella vita! Ad ogni boccone mi sembra di buttar giù un sasso. Il dolore è il riso quotidiano della mia vita da un po’ di tempo a questa parte.

I volti della gente: ognuno col suo dolore, con i conti da pagare, bocche da sfamare che ti chiedono sempre e sempre di più. Che puzza oggi! Ci saranno quaranta gradi sotto le tende; aria ferma.

In mezzo alla massa (saremo in mille) la gente si scosta e per terra vedo un uomo, sulla cinquantina: gambe atrofizzate, vestito poveramente. Come farà col caldo? Tira fuori un flauto e inizia a suonare una musica stupenda. Di colpo tutto cambia; il mercato si ferma: sono secondi, ma i mille si zittiscono. E lui suona.

Mi viene da piangere. Gli stipendi, le bollette del cellulare… la musica m’arriva dentro e calma tutto. M’inchino, lo guardo; mi vede e suona. La gente passa; la puzza scompare e la musica mi risana le lacrime.

«Come ti chiami?». Mi dice: «Khop – significa “rana” –. Vivo da solo, faccio felice la gente. Ascoltami, perché do il meglio di me suonando». La frase mi schianta dentro il muro d’egoismo e delle bollette da pagare. Quelle gambe, quello sporco sui vestiti, quegli occhi profondi come l’Oceano Indiano al largo di Manila mi ribaltano l’anima. «Do il meglio di me».

Resto lì due ore; mi passa tutto. Esco dal mercato rinato dentro: riprendo a sperare; anch’io posso dare il meglio di me. Il mio sporco, il peso della crisi, la mia “faccia persa” col lavoro e il vestito Armani buttato al vento. Con le mie “gambe storpie” – la mia anima contorta, il peccato che mi brucia dentro – posso suonare la mia musica e ricominciare. Sarà la mia vita, il mio canto. Sarà il sorriso che darò per amore. Non ho altro.

Come Khop, che m’ha dato il Paradiso col suo flauto di bambù nello sporco del mercato di Samphern, darò il meglio di me; e la crisi passerà, in me e in quanti incontrerò.

 

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