Darfur: segnali di pace?

Uno scenario inconsueto: i 15 membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu riuniti fuori del Palazzo di Vetro, per discutere sull’invio di caschi blu nel Darfur. Le operazioni di pace richiedono infatti l’assenso dello Stato interessato. Il governo di Khartoum continua invece ad invocare il rispetto dell’integrità territoriale evitando l’attuazione di quella intesa minima sul Darfur conclusa il 5 maggio con una parte del Movimento di liberazione del Sudan (Slm). Il conflitto coinvolge circa 3 milioni e mezzo di persone tra sfollati – costretti negli oltre 200 campi d’accoglienza sorti senza controllo lungo la frontiera occidentale – e residenti che vivono ormai la medesima condizione degli sfollati. E poi i campi profughi allestiti dall’Alto commissariato per i rifugiati in Ciad e che oggi accolgono un numero di persone imprecisato, che quotidianamente aumenta. Le operazioni umanitarie non riescono a fronteggiare la crisi, con i contributi dei donatori che stentano ad arrivare trovando finanche ostacoli ad accedere in alcune zone a causa degli scontri tra le milizie delle popolazioni nomadi di origine araba (i janjaweed, sostenuti da Khartoum), e le comunità stanziali, africane e maggioritarie (le tribù fur, zhagawa e masalit). Ambedue musulmani, con abitudini e forme di organizzazione tradizionale rese comuni da una convivenza collaudata, i due gruppi dal 2003 si combattono per cause che si legano alla pacificazione tra il Nord arabo e il Sud africano e al riassetto degli equilibri politici ed economici nel Paese da cui il Darfur è rimasto escluso. Sullo sfondo restano i giacimenti di petrolio scoperti in Darfur, il cui controllo è un obiettivo del governo sudanese per arricchire la produzione, specie in questa fase di negoziato per l’ingresso del Sudan nell’Opec. Un inserimento che permetterebbe di aggirare gli ostacoli all’esportazione posti da una concorrenza accesa tra le imprese occidentali e la compagnia petrolifera cinese, con l’oleodotto costruito dai cinesi che consente al petrolio sudanese di accedere al Mar Rosso; mentre sull’altro versante un oleodotto convoglia il petrolio del Darfur fino al Golfo di Guinea. Oleodotti e pipeline segnano i nuovi confini in Africa? Certo si riflettono sulle decisioni del Consiglio di sicurezza: lente e con sfumati riferimenti a sanzioni o ad altre forme di pressione. Quasi a voler giustificare l’indifferenza che sempre più avvolge il futuro di persone che chiedono di poter vivere nel Darfur.

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