Dare la vita nel mondo della salute

Come vivere da credenti in uno dei luoghi dove più forte è l’esigenza del dialogo tra persone di differenti orientamenti culturali. L’avventura di una infermiera di Napoli
Infermieri
Quinta di sette figli, ero legatissima a mia madre e quando lei partì per il cielo, avevo 14 anni. Un giorno, mentre nel silenzio rispondevo con un “NO” a chi mi veniva proposto, in parrocchia, per farmi da mamma, abbassando lo sguardo, vidi e raccolsi da terra un’immaginetta della Madonna che sembrava dirmi “Non temere ti farò io da Mamma”. Cosi è stato, facendomi incontrare l’Opera di Maria!

 

Pur essendo impegnata nello studio, nel lavoro e in parrocchia, ero sempre alla ricerca. Un’amica mi diede la rivista “Città Nuova” nella quale tra l’altro lessi la meditazione di Chiara T’ho trovato. Anch’io dissi: “Ho trovato”, ma cosa, non capivo bene. Partecipai poi ad un incontro: “Ma qui si vive quello che noi diciamo”, pensai. Soprattutto feci una scoperta straordinaria: la volontà di Dio! Dio ha un progetto su ognuno di noi, su di me?! Voglio conoscerlo! “Ama e capirai” mi fu detto e cosi mi lanciai nei primi atti d’amore e man mano una gioia incontenibile e tanta luce che mi aiutava a fare piccoli passi, salti e tanti tagli.

 

Infermiera

Ho sempre avuto a cuore l’esigenza di una maggiore giustizia sociale. È per questo motivo che, fin da ragazza, cercavo di far qualcosa soprattutto per i poveri, ma non mi bastava più. Decisi di mettermi a servizio degli ultimi anche lasciando gli affetti, le comodità della mia vita quotidiana, per fare un’esperienza in Africa. In questa circostanza venne a conoscermi

 

Bonaventura da Malè (Trento), il religioso responsabile di quei laici che desideravano fare presso le missioni dei cappuccini questo tipo di esperienza. Un incontro semplice, ma per me rivoluzionario: mi parlò di Chiara, una laica che avendo scelto Dio come Ideale della sua vita, superava ogni difficoltà contando solo sulla presenza dell’Amore di Dio! Fu bellissimo, niente più mi spaventava, neppure le difficoltà che vivevo per questa scelta che erano tante, tantissime!

 

Forse il mio entusiasmo fu tale da incoraggiarlo a farmi una proposta “sconvolgente”… Avevo 23 anni e insegnavo da quattro con tanta passione, pensavo di dare un contributo in questo campo anche in Africa, invece Bonaventura mi disse: “Dovrai andare in una regione africana grande quanto il Triveneto dove non ci sono infermieri e medici, preparati per dar un aiuto in questo settore”. Subito mi rifiutai! “Infermiera mai!”. Seguì un silenzio da raccoglimento e poi guardandomi negli occhi con solennità mi disse “Se è volontà di Dio, tu farai l’infermiera!”. Ed io, con un tono più pacato: “Comunque non penso che Dio possa volere proprio questo da me”.

 

Di fatto ormai ero coinvolta in questa avventura di voler fare solo la Sua volontà e così, non solo ho fatto l’infermiera, ma prima in Africa e poi per venti anni in Italia, mi sono interessata della formazione degli infermieri. Un’avventura meravigliosa che mi ha fatto scoprire che il progetto, quel sogno d’Amore che l’Eterno Padre ha su ciascuno di noi, è molto, molto più bello del nostro! Ultimamente Bonaventura mi scriveva: “Sono stato, a mia insaputa, un piccolo cartello stradale che ti ha indicato o confermato la via pensata per te dall’Amore di Dio”.

 

In Mozambico

Appena arrivai in Africa, Marilen Holzhauser, una delle prime compagne di Chiara e responsabile del Movimento dei Focolari a Fontem, mi inviò questo messaggio: “Ricordati che sei lì non per fare l’infermiere, ma per essere operaia dell’Opera di Maria”. Era il 2 febbraio, giornata della vita consacrata, ero a letto per il primo attacco di malaria: fu l’occasione, nel ricevere Gesù Eucaristia, per un “sì” più radicale alla volontà di Dio per essere Sua operaia, con la presenza di Gesù tra quanti anche lì vivevano l’ideale dell’unità, pronta anche a dare la vita.

 

Con la nuova sensibilità, acquisita con la spiritualità dell’unità, mi resi conto che per amare chi ha fame, piuttosto che dare “un pesce, occorre pescarlo e mangiarlo insieme”, ognuno con il suo contributo. Era importante quindi non solo curare gli ammalati, ma anche formare il personale sanitario in uno spirito di reciprocità; lì ancora oggi ci sono infermieri e ostetriche, con i quali ho vissuto quegli anni, che continuano a interessarsi, con lo stesso spirito, dell’assistenza.

 

Tante le esperienze vissute con loro, ricordo in particolare quella con i lebbrosi. Erano numerosi in quel territorio, ma vivevano nascosti per paura di essere isolati in un lebbrosario, anche perché queste erano le disposizioni dei governanti durante il colonialismo. Allora gli allievi (scelti dalla comunità) andavano nei villaggi a cercarli per dare loro le cure minime necessarie. Poi, pian piano, solo dopo aver conosciuto il murima, cioè il cuore di chi lavorava in ospedale, venivano, si fidavano, e contenti dicevano di aver trovato da noi il “sole”. Giorno dopo giorno il nostro ospedale si affollava di tanti lebbrosi che necessitavano di cure più specifiche.

 

Durante un’emergenza di colera, dovetti trasferirmi per un lungo periodo in un territorio dove l’epidemia stava provocando centinaia di morti. Ogni giorno c’era una fiumana di pazienti che raggiungeva un ospedaletto senza medici e infermieri. Ero l’unica che sapeva aggredire una vena e il reparto maternità era affollatissimo. Notte e giorno di lavoro senza tregua. Se venivano dati liquidi in tempo, si salvavano, ma una volta – in seguito a varie complicanze – una donna purtroppo morì, allora piansi, piansi tanto. Qualcuno con il quale condividevo la vita di unità mi ricordò la Parola di vita di quel mese “Guardate i gigli…” (Lc 12, 27).

 

Il giorno dopo, mentre ero “travolta” dai tanti ammalati di colera e dalle numerose partorienti, lasciai tutto, andai in cappella a chiedere a Gesù di aiutarmi a vivere come “i gigli dei campi”, perché io ero incapace. Tornai al lavoro e cercai solo di vivere pienamente e con solennità ogni attimo presente, senza lasciarmi schiacciare da tutte quelle emergenze. Di pomeriggio, senza sentirmi “indispensabile”, riuscii ad allontanarmi dall’ospedale (erano mesi che non lo facevo), per andare da una famiglia indiana impossibilitata a muoversi. Alla fine della giornata mi ritrovai con tanta pace dentro e tutti erano stati “accolti”. Inoltre seppi che, in quel pomeriggio per la prima volta, non erano arrivati pazienti con colera in ospedale. In seguito anche l’epidemia andò diminuendo. Ebbi come una conferma che solo amando la volontà di Dio nell’attimo presente, si dà spazio a Lui per prendersi cura di “ogni giglio del campo”.

 

Durante quegli anni, dopo il colpo di stato e l’indipendenza del Mozambico, la Chiesa locale viveva un periodo di persecuzione. Un giorno, verso la fine di questa esperienza africana, mi chiamò il vescovo di Nampula, mons. Viera Pinto. Mi disse che era molto felice di aver sentito alla radio che il Ministro della Sanità mi aveva assegnato il premio di emulazione socialista come “migliore infermiere”. Cercando di essere quell’operaia dell’Opera di Maria, mi ritrovavo con un premio civile che sentivo non appartenermi in quanto frutto solo del carisma di Chiara Lubich.

 

In Italia

È quello che tante volte ho avuto modo di sperimentare anche qui in Italia, dove sono ritornata dopo circa sette anni. Nei primi anni, impegnata nell’assistenza diretta, è significato per me in particolare rispettare la vita in tutto il suo arco dal suo nascere al suo tramonto. Oggi sono adulti i tanti neonati che erano destinati a non nascere. Come A., che è rimasta poi l’unica figlia, perché la mamma non ne ha potuto avere altri o i drogati come S., una ragazza ladra, prostituta, che oggi è felice nella sua famiglia e nel suo lavoro. Con la stessa sacralità con cui accoglievo una nuova vita, ho potuto anche accompagnare tanti nel fine vita.

 

Successivamente mi è stato chiesto di occuparmi della formazione degli infermieri, prima nella scuola regionale e poi nel corso di laurea in infermieristica. Tanti pensavano che questo incarico fosse frutto di una potente raccomandazione, perché si trattava di un posto molto ambito. Non a caso qualcuno mi aveva detto che non ero “nessuno”, non avendo alcuna raccomandazione, che non avrei potuto avere la nomina ufficiale come docente, pur continuando a lavorare in questo settore, e che neppure i titoli che possedevo mi avrebbero potuto aiutare a superare i problemi di lottizzazione.

 

In quei giorni dovevo assentarmi per un convegno e molti mi consigliavano di non parteciparvi e di cercarmi una “strada”. Ma con tanta libertà io chiesi le ferie, puntando a vivere nell’unità il “Cercate prima il regno di Dio…” (Mt 6, 33). Quando tornai mi fu detto: “Non siamo stati capaci di farti fuori, si vede che hai una forte raccomandazione… direttamente dall’Alto”, intendeva quella dell’Eterno Padre. Sì, era stata la Sua raccomandazione, il Suo disegno d’Amore per me!

 

No ai favori

Non sono mancate altre difficoltà: un giorno qualcuno nell’ambiente di lavoro mi chiese un favore da inoltrare ad un mio parente, senza però troppo specificare… Successivamente aggiunse: “Ricordati che se non accetta, si ritorcerà su di te”. Fu come una spada, poiché lasciava capire il tipo di favore. Il mio parente, infatti, non solo rifiutò, ma disse anche che se avesse continuato ad insistere, lo avrebbe denunciato. Iniziò allora per me un periodo difficilissimo con offese, ritorsioni, emarginazioni e violenze verbali.

 

Pur continuando a svolgere con amore il mio lavoro con gli studenti, a causa di queste vessazioni, ero decisa a chiedere un trasferimento. Ad aiutarmi fu proprio una risposta di Chiara Lubich, rivolta ad un sacerdote in crisi. Lei più o meno diceva così: “Tu non sei lì per fare il parroco, ma per vivere il Vangelo, per portare Dio”. Grazie anche alla vita di unità che condividevo con le altre volontarie del Movimento dei Focolari, decisi di non mollare. Tanti furono i piccoli atti d’amore che servirono a sciogliere un po’ di quella montagna di ghiaccio che si era formata! I frutti non tardarono ed un giorno mi fu detto: “Sono orgoglioso di lavorare con una come te”. E in altri momenti: “Le tue lezioni, le tue esperienze hanno aiutato anche me in situazioni difficili”. E ancora: “Hai rispettato sempre i ruoli con tanta umiltà, anche quando venivi maltrattata”.

 

Mi è stata data sempre più tanta fiducia e nello stesso tempo ho visto crescere il mio ruolo e la mia professionalità. In uno spirito di reciprocità e di unità tante sono state le proposte e le iniziative portate avanti insieme per migliorare la qualità della formazione con ricadute positive sull’assistenza. È stato così possibile invitare all’università l’artista Michel Pochet per tenere una lezione sul bisogno del bello, a conclusione di un progetto realizzato in ospedale dai tirocinanti del corso di laurea su tale bisogno e sul valore terapeutico della bellezza.

 

Insieme con gli studenti abbiamo proposto al presidente del corso di laurea un convegno sull’assistenza al paziente morente dal titolo: “Umanizzare la morte per vivere la vita”. Il presidente ha voluto dare il patrocinio dell’Università, ed è stato possibile realizzare il convegno con la collaborazione di Umanità Nuova e dell’associazione culturale M.D.C. (Medicina Dialogo Comunione). Inoltre in questi anni ho sempre cercato di passare la cultura che nasce dal carisma dell’unità agli studenti, utilizzando anche tanti articoli di “Città Nuova” e invitandoli a partecipare a vari convegni culturali, organizzati dal Movimento e dalla rivista. Le numerose tesi di laurea che ho seguito sono state occasioni per approfondire con i candidati tutte le idee forza attinte da Umanità Nuova e dalle varie realtà del Movimento dei Focolari.

 

Vademecum per gli studenti

A fine anno, avendo saputo che gli studenti e i colleghi stavano organizzando una festa per il mio pensionamento, ho voluto anch’io fare un dono a tutti loro: un opuscolo dal titolo L’infermiere e l’arte di amare. I punti dell’arte d’amare, proposti da Chiara Lubich alcuni anni fa (amare tutti, amare per primo, farsi uno, amare Gesù nel fratello, amare il nemico, amarsi a vicenda), mi sono sempre serviti tantissimo, divenendo la base di ogni momento teorico e pratico, tanto da volerli offrire in un linguaggio laico ed universale come vademecum, soprattutto per i miei studenti.

 

Ecco alcune loro impressioni dopo la lettura dell’opuscolo. Di alcuni studenti: “È tutto quello che la docente ci ha insegnato in questi anni e che noi abbiamo cercato di mettere in pratica”; “È la sintesi del suo percorso professionale”; “Lo porto sempre con me e lo tiro fuori soprattutto nei momenti difficili”. E di alcuni medici: “Dobbiamo fare un opuscolo simile anche per noi”. Durante la festa sentivo che tutto quanto veniva detto non apparteneva a me, ma solo a Dio e a Chiara. Mi ha colpito in particolare quello che ha detto un primario: “Sono laico… la docente è riuscita nel quotidiano a trasmettere il suo personale messaggio di cristianesimo, ha portato avanti il suo pensiero, il suo percorso, con estrema coerenza”.

 

Un suo piccolo dono era accompagnato da un biglietto con un pensiero che mi sembra quello di un laico che si fa uno con una credente: “… e la vita continua, con l’amore e la dedizione verso il prossimo come sempre… Auguroni”! In questi giorni di “raccolta” ho avuto la conferma che laddove la presenza di Gesù, frutto dell’unità vissuta, è all’opera sa fare miracoli, nonostante i nostri limiti, ed è Lui che consente al carisma dell’unità di avanzare con tutta la sua forza, trasformando ogni ambiente!

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