Dante reloaded

Nel settimo centenario della morte del grande poeta fiorentino, un libro che ripercorre e illumina tanti celebri passi della sua opera

Ci sono alcuni autori la cui fama è così grande che non servono molte parole per raccontare di loro e delle loro opere. Dante Alighieri è sicuramente uno di questi. Il suo solo nome basta a evocare personaggi ed episodi profondamente radicati nel nostro background culturale. Così è per Caronte, traghettatore infernale delle anime dei defunti, intento a colpire con il remo chiunque tremebondo o iroso si agiti nella tolda della sua barca. O per il rovo che un tempo fu Pier delle Vigne, il quale, tintosi di sangue dopo che la mano inconsapevole del poeta ne ha spezzato un ramo, dà voce al racconto disperato dell’invidia umana che lo ha portato al suicidio, colpa per la quale ora è trasformato in pianta.

Ma cosa succederebbe se alcune delle convinzioni più radicate sulle ragioni del suo poema, alcune delle letture più accreditate su tanti passi della Commedia, che già per Boccaccio fu “divina”, improvvisamente risultassero in parte o in tutto scorrette, se fosse ora possibile cogliere in un modo nuovo il disegno che la sua penna e la sua intelligenza hanno seguito?

Il libro di Giulio d’Onofrio, Per questa selva oscura (Città Nuova, 2020), batte proprio tale pista, forte di un lavoro di ricerca durato anni e della straordinaria conoscenza che l’autore ha del pensiero medioevale nel quale il grande fiorentino si è formato e alla cui storia ha a sua volta contribuito.

D’Onofrio parte dalla lettura di un testo del vescovo Bruno di Segni, la sua Expositio in Pentateuchum, conclusa in «un giorno (o una notte) dell’ultimo ventennio del secolo XI», nel quale l’illustre prelato, e monaco, rende grazie a Dio che lo ha guidato «lungo la via diritta … per questa selva oscura assai e fitta». L’assonanza di tali parole con quelle dei primi versi dell’Inferno dantesco è notevolmente significativa. Come sono ricche di significato altre spie lessicali e tematiche presenti nell’opera di Bruno quali, per citarne una, l’endiadi «amara e aspra» riferita alla capacità dell’uomo di fede di rispettare le prescrizioni delle sacre Scritture.

Parte da qui un confronto serratissimo tra i testi di alcuni padri della Chiesa e di teologi del basso Medioevo, da una parte, e le terzine della Commedia nonché i versi di alcune celebri canzoni dantesche o le pagine del Convivio, dall’altra. Ne nascono approfondite spiegazioni di brani e immagini (la valle, il colle, le fiere, ecc.) a cui il grande fiorentino ha certamente attinto e che collocano la sua opera in un contesto filosofico e teologico capace di dare nuova luce ad alcune letture ermeneutiche talvolta un po’ semplicistiche e confuse.

 

Caronte secondo Michelangelo
Caronte secondo Michelangelo

Prima fra tutte la selva stessa, simbolo non di corruzione morale e di peccato, ma della pagina scritturale e profetica che, «se non completata dal riscontro con la dottrina sui misteri neotestamentari», può effettivamente tradursi in un insormontabile ostacolo o viceversa, se correttamente interpretata, giustificare senz’altro il “ben” che il poeta vi ha trovato, e che con difficoltà si spiega entro la più usuale simbologia adottata dalla critica dantesca.

Lo stesso disegno della Commedia è imprescindibile da un sistema squisitamente monastico per il quale tutte le cose sussistono da sempre nel pensiero di Dio, dove «tutto è prima di ogni differenziazione e di ogni divenire» in uno stato originario di perfezione, mentre solo in un secondo momento vengono originate le singole individualità. Tornare a quella perfezione iniziale è lo scopo dell’universo, e dell’uomo in particolare che è chiamato alla «piena realizzazione delle capacità teoretiche ed etiche» di cui Dio l’ha dotato creandolo. Deviare da tale naturale sviluppo, cioè non saper attingere, pur per quanto è concesso all’uomo, alla Verità ultima, è appunto la causa del peccato originario.

Inoltrarsi tra le pagine del testo di d’Onofrio è, così, l’occasione per entrare nel mondo culturale che avvolge l’intera opera dantesca, consentendoci di leggere con sorprendente chiarezza i suoi versi e le sue prose, e di sciogliere infine anche i passaggi «più enigmatici e carichi di significato nascosto». Come il sonetto che comincia con le parole «Messer Brunetto, questa pulzelletta», il quale lungi dall’inserirsi in una linea comico-parodistica torna, grazie alla spiegazione di d’Onofrio, a essere un componimento teologicamente connotato e l’interlocutore invocato all’inizio, che la critica ha molto faticosamente identificato, tra i tanti, con Brunetto Latini, incontrato da Dante tra i sodomiti del suo Inferno, può assai più facilmente essere ricondotto al maestro Bruno di Segni, il cui insegnamento il poeta fiorentino aveva largamente accolto.

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