Dall’Ungheria a carte scoperte

Non è possibile che anche la vostra stampa, come quella di tutti gli altri Paesi del mondo, sia caduta nel tranello!: così Réka Szemerkényi, docente di politica internazionale e strategia di difesa all’Università cattolica di Budapest, commenta la superficialità con cui ancora una volta la stampa italiana ha affrontato un evento estero. Ci sono centinaia e centinaia di ungheresi che, in modo assolutamente pacifico, sfilano per le strade per protestare contro il primo ministro Gyurcsany, per esigere la verità. Perché non ne parlate e anche voi rischiate di giustificare le reazioni del primo ministro per 150 (pochissimi!) ultras che hanno provocato – forse ad arte – disordini?. È vero: le stesse immagini delle agitazioni di piazza, fornite dalla tv di Stato ungherese, si susseguono da giorni in tutte le tv, salvo poi passare il tutto nel dimenticatoio proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno invece di approfondire la questione. Il problema degli ungheresi oggi è: come costringere a dimettersi dal proprio incarico un primo ministro che sprezzantemente ammette di avere imbrogliato, per vincere le elezioni, il proprio popolo e la Commissione europea? L’Unione europea, che fra pochi mesi concederà all’Ungheria un pacchetto di aiuti da 22,6 miliardi di euro, ha il dovere di seguire con attenzione, in particolare attraverso il Parlamento europeo, questo passaggio della giovane democrazia ungherese, visto anche che ai primi di ottobre ci saranno le elezioni amministrative. Il Ppe ha già stigmatizzato fortemente il comportamento di Gyurcsany. Un’altra occasione di chiarezza avrebbe potuto essere l’incontro ufficiale che Angela Merkel ha avuto con l’attuale governo. Ma ancora una volta il primo ministro ha mentito sui fatti, accampando una concordanza di vedute che la cancelleria tedesca ha smentito. Tra il resto, la sincerità è la sola maniera per arrivare a costruire realmente quella forte unità politica europea che tanti nel mondo vedono sempre più necessaria per un equilibrio di pace mondiale: imparare a sostenerci reciprocamente nei più ardui passaggi democratici delle nostre storie nazionali, pur nel rispetto delle legittime sovranità.

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