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Storie > Storie

Dallo “straccio” una luce

di Maria Franca Cavati

- Fonte: Città Nuova

Lettera-esperienza inviata a una signora (in passato molto attiva) gravemente malata di sclerosi multipla con cui, pur senza parole, si era stabilita una grande sintonia

Foto Pexels

Quest’estate sono stata a trovare papà al cimitero. È stato un momento fortissimo, un sentire che questo legame fra cielo e terra è una spinta a vivere con sempre maggiore radicalità la mia vocazione. Papà ne era così fiero! Diceva che gli avrei dato il dolore più grande se non vi fossi stata fedele. Infatti, devo soprattutto a papà il mio incontro con la spiritualità dell’unità che ha dato una svolta determinante alla mia vita, facendomi scoprire in modo nuovissimo, e portandomi a viverle, le parole del Vangelo, che mi fanno sperimentare ogni giorno la bellezza e la pienezza di essere cristiana.

In particolare Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, mi ha illuminato il senso del dolore, dandogli un volto: quello di Gesù crocifisso e abbandonato. Nel suo grido di abbandono – Gesù aveva preso su di sé, fatti suoi, tutti i dolori, le sofferenze, le miserie, gli abbandoni e le piaghe degli uomini – Chiara mi ha insegnato a conoscere il suo amore, che ci ha unito al Padre e fra di noi.

In forza di questo amore ho sentito di donare la mia vita a Dio per l’unità e sono entrata in focolare. E giorno dopo giorno ho sperimentato che proprio il dolore trasformato in amore per Lui e i fratelli è il dono più prezioso che possiamo offrirgli.

Questa esperienza fortissima l’ho vissuta con papà diversi anni fa. Operato di cancro, con un intervento che ha molto limitato le sue capacità fisiche, papà mi telefonò la sera della sua uscita dalla terapia intensiva. Piangeva perché si sentiva una persona ormai inutile, uno “straccio”. Non avevo mai sentito mio padre piangere: pur in tante situazioni difficili – ammalato di cuore da 30 anni, era stato più volte in pericolo di morte –, era sempre stato un esempio di serenità e di abbandono alla volontà di Dio, per cui per me il dolore fu talmente forte che non seppi far altro che piangere con lui e dirgli che condividevo la sua sofferenza.

Abbassato il telefono, mi sono ricordata che un giorno Chiara ci aveva detto che, quando arriva il dolore, dobbiamo “buttarlo” nelle mani di Dio, certe che Lui arriva dove noi non possiamo. E continuare ad amare. E così feci.

Tornai a lavare i piatti. Con me c’era una mamma che aveva problemi con i figli… anche lei avvertiva tutta la sua inadeguatezza… Lasciai da parte il mio dolore per accogliere il suo e improvvisamente mi resi conto di quanto fosse prezioso lo straccetto di spugna che stavo usando, e lo straccio per spolverare e quello per lavare i pavimenti, ecc. E mi parve di capire come quando ci sentiamo stracci, sia sul piano fisico che su quello spirituale, possiamo essere strumenti preziosi se ci mettiamo nelle mani di Dio, per il Suo regno.

Questa “luce” mi diede una grande pace e la mattina dopo scrissi a papà per comunicargliela. Siccome eravamo all’unisono nel vivere la spiritualità dell’unità, papà sentì che era più che mai in prima linea a vivere perché si realizzasse il testamento di Gesù: “Che tutti siano uno”.

La sua vita in tutti questi anni è stata un dono continuo, sia per la mia famiglia e iparenti, che per tante persone – alcune si sono avvicinate a Dio e alla Chiesa –, cui lui ha testimoniato giorno dopo giorno che il dolore si può trasformare in amore.

È questo il dono più bello, insieme all’augurio di vivere sempre nella “comunione dell’amore” scritto nel suo testamento, che mio padre ci ha lasciato.

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