Dall’Europa agli Usa, politiche migratorie criminali

La Libia risulta ancora luogo di tortura e violenza per i migranti che salpano da quelle coste; e anche il confine tra Usa e Messico gli haitiani vivono in condizioni disumane, come hanno registrato le immagini che ci sono giunte in questi giorni
politiche migratorie

Il rapporto Onu sulla Libia suona come un monito per le politiche migratorie. I campi di prigionia della Libia, a due passi da casa nostra, sono luoghi di crimini, «tortura, violenza estrema, abusi sessuali e accesso limitato a cibo, acqua, servizi igienici e cure mediche, in alcuni casi con conseguente morte o lesioni».

La Libia, anticamera dei viaggi in mare e degli approdi, sempre più contestati dalle forze politiche.

Dal governo, continui i richiami a una logica di collaborazione che coinvolga tutti gli Stati europei, in una logica di partenariato. Qualche mese fa, la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese aveva parlato di un progetto su doppio binario: azioni contro il traffico d’esseri umani e progetti di sviluppo che tengano conto della nuova realtà interculturale che l’Europa vive da decenni, ma anche garanzie per il rispetto dei diritti umani.

Ma il cammino degli Stati europei è lento, fatto più di annunci che di azioni concrete. L’Italia resta sola, con il cerino in mano. E il tema dei migranti diventa ovunque facile esca per politiche nazionaliste: Orban e non solo.

Dall’altra parte dell’Oceano, si registra la scelta del presidente Joe Biden di respingere alla frontiera gli immigrati o di rispedirli nel loro Paese. Gli haitiani, in fuga dal loro Paese, oppressi dalla povertà, da condizioni di vita disumane e dalla fame e, in ultimo, anche dal disastroso terremoto del 14 agosto, si sono riversati sui confini dello Stato. Arrivano in autobus, sostano alle frontiere, riescono a valicarle e vengono rimandati indietro. La gestione, finora, ha presentato molte lacune: hanno fatto il giro del mondo le immagini dei ragazzini minori stipati in uno stanzone o degli uomini a cavallo che frustano gli immigrati in riva al fiume. E per quelli che restano il sistema dell’accoglienza è in tilt.

L’Europa arranca e gli Stati Uniti sono in difficoltà.

Intanto, papa Francesco, nel suo ultimo viaggio in Ungheria e Slovacchia, ammonisce sull’uso anomalo della croce, come simbolo cristiano, unito a politiche e scelte che di cristiano non hanno nulla. «La croce – ha detto Francesco – non sia mai un simbolo politico, non è una bandiera da innalzare, il crocifisso non è un mero oggetto di devozione, vedendo poi gli altri come nemici».

Gli “altri” sono fratelli, non nemici. Anche i migranti.

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